Il fumo denso e nero è accompagnato da imponenti fiamme che raggiungono, e talvolta superano, i palazzi circostanti. Piccole esplosioni localizzate anticipano l’apocalisse. A un certo punto sembra quasi che il cielo decida di inghiottire la terra. Un lampo luminoso anticipa un boato che risuona negli orecchi impauriti dei cittadini. La terra trema, i lampadari iniziano a muoversi, i vetri delle finestre si infrangono in mille pezzi.

L’onda d’urto della deflagrazione è accompagnata da una specie di fungo, molto simile a quello provocato dalla bomba atomica sganciata dal bombardiere americano Enola Gay su Hiroshima nel 1945. Intorno al ground zero, in un battito di ciglia, c’è spazio solo per la devastazione. Interi quartieri si sgretolano come castelli di sabbia, mentre le auto parcheggiate nella zona rossa volano via neanche fossero foglie spinte dal vento. Dopo la tempesta c’è uno strano silenzio, rotto soltanto dalle sirene dei soccorsi e dalle urla spaventate dei superstiti.

Succede sempre così quando si verifica un’esplosione come quella che il 4 agosto ha messo in ginocchio Beirut, in Libano. Nel Paese dei cedri è successo tutto all’improvviso. Il porto, un hub geopoliticamente rilevante (e già finito nel mirino della Cina), è stato scosso da una potente esplosione. In un primo momento si pensava che tutto fosse da ricollegare a un incidente capitato a un deposito di fuochi di artificio. Alcuni parlavano di un presunto attentato, forse un attacco israeliano.

Mohamed Fehmi, ministro dell’Interno libanese, ha successivamente spiegato che l’inferno di fuoco che ha avvolto Beirut potrebbe essere stato causato dai più di 2.700 chili di nitrato di ammonio stoccati in un deposito del porto. Per qualche motivo, probabilmente per via di un errore umano, qualcosa è andato storto. E tutto è saltato in aria, come ha poi ribadito il presidente Michel Aoun. Le indagini chiariranno cosa è realmente accaduto.

16 aprile 1947: il disastro di Texas City

Il 16 aprile 1947, alle ore 9:12 del mattino, il porto di Texas City, una città degli Stati Uniti nel nord della contea di Galveston, in Texas, è stata il teatro del più grande incidente industriale mai capitato sul suolo americano. La Seconda Guerra Mondiale era appena terminata. Washington, una delle vincitrici del conflitto, era pronta ad aiutare l’Europa a risollevarsi. Dall’America erano solite partire navi cariche di aiuti verso il Vecchio Continente. Una di queste era la SS Grandcamp, un’imbarcazione francese di 133 metri utilizzata in tempo di guerra nel Pacifico e in seguito assegnata alla Compagnie Générale Transatlantique in supporto alla ricostruzione in Europa.

La Grandcamp era adibita a trasportare nitrato di ammonio, munizioni di piccolo calibro, spaghe di sisal e tabacco. Era attraccata negli Stati Uniti per essere caricata con migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio, una sostanza che avrebbe dovuto essere recapitata, come fertilizzante, alle aziende agricole europee. Il composto chimico, tuttavia, può essere impiegato anche come ossidante o esplosivo.

Mentre i lavoratori stavano trasportando il nitrato sulla nave, i sacchetti in cui era contenuto il nitrato iniziarono a scaldarsi. Dalla stiva una lingua di fumo si alzò verso il cielo: un incendio. Ancora oggi non sappiamo come si sia potuto originare. In ogni caso, per spegnere le fiamme, i soccorritori, pare su richiesta del capitano e con la speranza di salvare il prezioso carico, riempirono la stiva di vapore anziché di acqua. La mossa non fu affatto vincente. Secondo alcune ricostruzioni il vapore potrebbe aver alimentato le fiamme, convertendo il nitrato di ammonio in protossido di azoto e provocando una deriva termic. In altre parole: l’apocalisse.

L’esplosione fu enorme. Il New York Times scrisse che la deflagrazione fu udita nel raggio di 240 chilometri. Lo scafo di acciaio dell’imbarcazione, stipato, tra l’altro, di munizioni, iniziò a sputare schegge mortali. Il molo fu distrutto, così come mille edifici circostanti. Molti stabilimenti erano impianti di materiali pericolosi e raffinerie di petrolio. Presero fuoco ed esplosero a loro volta, alimentando il terrore. In una vera e propria reazione a catena, durata fino al giorno successivo, due aerei turistici che transitavano nella zona rossa si schiantarono a terra. Una seconda nave, la SS High Flyer, che stava trasportando zolfo e altro nitrato di ammonio, esplose 15 ore dopo. Il bilancio fu pesantissimo. Oltre ai danni economici, si contarono almeno 581 vittime, 3.500 feriti e 2.000 senzatetto.

Da Tianjin a Brest: i precedenti più importanti

Nel corso degli anni sono stati molteplici gli incidenti provocati in seguito all’esplosione di nitrato di ammonio. L’episodio di Texas City è stato il più imponente, sia in termini economici che di vite umane. Eppure, tanti altri luoghi sono stati rasi al suolo da deflagrazioni più o meno improvvise. Il 28 luglio del 1947, in Francia, a Brest, la nave Ocean Liberty fu caricata con 3.300 tonnellate di NH4NO3 (formula bruta per indicare il nitrato) e altri prodotti infiammabili. Prese fuoco alle 12:30. Il capitano dell’imbarcazione non riuscì a domare un incendio che era scoppiato a bordo. Il mezzo fu rimorchiato fuori dal porto alle 14:00. Tre ore più tardi saltò in aria, causando 29 morti e gravissimi danni al porto di Brest.

Il 7 agosto del 1959 a Roseburg, nell’Oregon, Stati Uniti, un camion che trasportava dinamite e nitrato di ammonio prese fuoco ed esplose. Molti isolati della cittadina furono distrutti dall’onda d’urto. Persero la vita 14 persone; 125 i feriti. La lista di incidenti simili, spesso identici nella dinamica, è piuttosto lunga. Eppure non mancano casi del tutto particolari.

Il 22 aprile 2004, ad esempio, in Corea del Nord si è verificato il cosiddetto disastro di Ryongchon. Un treno merci che stava trasportando nitrato di ammonio saltò in aria nell’omonima città di Ryongchon, nei pressi del confine cinese. Il bilancio ufficiale parlò di 162 morti e oltre 3mila feriti. La stazione ferroviaria, luogo in cui sarebbe avvenuta la deflagrazione, è stata completamente distrutta, così come quasi tutti gli edifici che si trovavano nel raggio di 500 metri. Inoltre 8mila case furono danneggiate. Le autorità attribuirono la causa a un “errore umano”, anche se alcune voci parlarono di un tentativo di assassinare Kim Kong Il, allora presidente del Paese, che avrebbe dovuto passare nel momento dell’esplosione proprio dalla stazione di Ryongchon.

L’ultimo disastro degno di nota prima dell’apocalisse di Beirut è avvenuto il 12 agosto 2015 nel porto di Tianjin, in Cina. La notte del 12 agosto 2015, a mezzanotte, la megalopoli abitata da 15 milioni di abitanti si è risvegliata all’inferno. Una nave ancorata davanti a un magazzino del porto, e carica di esplosivi, è saltata in aria. Una trentina di secondi più tardi ecco una seconda esplosione. A farne le spese, questa volta, un deposito di prodotti chimici non meglio specificati. L’agenzia sismica cinese affermò che le due esplosioni avevano una forza pari rispettivamente a 3 e 21 tonnellate di tnt.

In ogni caso, pare che la seconda deflagrazione abbia comportato la detonazione di circa 800 tonnellate di nitrato di ammonio. La causa dell’incidente non fu stata subito resa nota. Mesi più tardi, un’indagine concluse che tutto sarebbe stato provocato da un contenitore surriscaldato di nitrocellulosa. In quell’occasione, secondo i dati ufficiali, sarebbero morte 173 persone. Altre 798 sarebbero rimaste ferite.

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