Lo scorso 18 dicembre la Cina ha registrato 1.995 nuovi casi di Covid. Due sono invece stati i decessi comunicati dalla Commissione Sanitaria Nazionale. Da quando Pechino ha annunciato la fine della Zero Covid Policy le infezioni sono aumentate a dismisura in tutto il Paese. Allo stesso modo, tra il 19 e il 23 novembre, le autorità non hanno riportato vittime.

Questo è l’attuale quadro epidemiologico generale della Repubblica Popolare Cinese. Eppure permangono dubbi, in primis sul numero dei morti, che non coinciderebbe con diverse testimonianze raccolte da vari media. Il Wall Street Journal, ad esempio, ha acceso i riflettori su un forno crematorio di Pechino designato per trattare le vittime di Covid-19.

Ebbene, mentre il virus si stava diffondendo nella capitale, la struttura sarebbe stata inondata di cadaveri. L’enorme afflusso di vittime presso la struttura ha offerto il primo, vero, indizio del costo umano che dovrà probabilmente pagare la Cina in virtù dell’improvviso allentamento delle restrizioni pandemiche.

Il crematorio Dongjiao, situato all’estremità orientale della capitale cinese, ha segnato un importante aumento delle richieste di cremazione e di altri servizi funerari, proprio come accaduto ad altre strutture analoghe. “Dalla riapertura del Covid, siamo stati sovraccarichi di lavoro. Siamo aperti 24 ore al giorno. Non riusciamo a tenere il passo”, hanno spiegato i lavoratori della struttura.

Il centro, gestito dal comune di Pechino, è stato designato dalla Commissione Sanitaria Nazionale per gestire i casi positivi al Covid. Nonostante i bollettini degli ultimi giorni non abbiano riportato ingenti quantità di morti, se non una manciata, dal crematorio Dongjiao fanno sapere di star ricevendo così tanti corpi da essere costretti ad operare alle ore prime dell’alba e nel cuore della notte.

Quanti morti?

I lavoratori del forno crematorio parlano di circa 200 corpi recapitati quotidianamente alla struttura, a differenza dei 30-40 di una giornata tipica, e cozzano con i dati diffusi dalle autorità sanitarie cinesi. L’aumento del carico di lavoro ha messo a dura prova il personale del centro, tanto che molti addetti sono stati addirittura infettati.

Tutto questo è ovviamente il riflesso, se vogliamo anche fisiologico, delle nuove politiche sanitarie cinesi. La Cina ha smantellato gran parte dei regimi di blocco, test e quarantena che hanno sostenuto il suo approccio Zero Covid attuato negli ultimi tre anni. A causa della revoca dei requisiti di test, la portata dell’ondata di coronavirus è adesso difficile da misurare.

I conteggi giornalieri dei casi nazionali sono costantemente diminuiti, perché sempre meno persone si sottopongono a test nelle strutture pubbliche. Le autorità sanitarie hanno persino smesso di rilasciare i conteggi giornalieri dei casi asintomatici per la prima volta dall’inizio della pandemia. Difficilmente avremo dunque un chiaro spaccato dei contagi e delle vittime, del resto un po’ come accaduto dalle nostre parti nei periodi più acuti dell’emergenza sanitaria.

Possiamo però passare in rassegna alcuni indizi che confermerebbero un’esplosione di contagi in tutta la Cina. Il sistema sanitario pubblico cinese è sotto pressione, mentre le vendite di kit di autotest, medicinali per febbre e raffreddore e rimedi tradizionali cinesi sono schizzate alle stelle, spingendo i funzionari a mettere in guardia contro l’accaparramento di questi prodotti.

Cosa aspettarsi

La revoca da parte della Cina delle severe restrizioni anti Covid potrebbe comportare un’esplosione di casi, con un picco a gennaio e oltre un milione di morti entro la fine del 2023. La previsione dell’Institute of Health Metrics and Evaluation (Ihme) statunitense va in questa direzione. Secondo le ultime stime, ad aprile dell’anno prossimo circa un terzo della popolazione potrebbe essere stata contagiata e i decessi potrebbero arrivare a 322 mila.

Altre stime vanno nella stessa direzione. L’Università di Hong Kong prevede 684 decessi per milione di abitanti, ovvero più di 960 mila, senza una campagna di massa di somministrazione di richiami. Anche l’Università Fudan di Shanghai, a luglio, ha previsto 1,55 milioni di morti in sei mesi in assenza di restrizioni.

Stiamo ovviamente parlando di stime e di ipotesi che, nel caso occidentale, spesso si sono rivelate inesatte. In ogni caso, la Cina dovrà adesso affrontare il virus a mani nude. Dovranno trascorrere tre o quattro settimane affinché il Dragone raggiunga il picco.

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