Il Covid19 non è l’unico problema con cui si sta confrontando il Giappone; la pandemia, infatti, ha instillato nella popolazione un profondo senso di incertezza e inquietudine verso il presente e il futuro le cui ripercussioni a livello sociale e psicologico si sono rivelate gravissime, avendo dato luogo ad un’epidemia di suicidi che ha provocato più di 2mila morti nel solo mese di ottobre.

Ottobre, mensis horribilis

Era dal 2015 che, in Giappone, il numero dei suicidi non superava quota 2mila su base mensile. Si era trattato, comunque, di un picco improvviso all’interno di un anno chiusosi positivamente, ossia nel segno di una tendenza al rallentamento durata fino al 2019. L’anno scorso, infatti, si era concluso con il numero più basso di suicidi dal 1978, ossia 20.169, ma l’entrata in scena di una variabile inattesa e imprevista ha riportato la crisi sociale ai picchi storici: la pandemia.

Nel solo mese di ottobre sono state 2.153 le persone che hanno deciso di togliersi la vita. La maggior parte delle vittime è di sesso maschile (1.302), ma il tasso di suicidio è straordinariamente più elevato tra le donne se comparato con ottobre dell’anno passato. Lo scorso mese, infatti, si sono suicidate 851 donne, in aumento dell’83% rispetto allo stesso periodo del 2019, quando a commettere l’estremo gesto furono 466.

Dati alla mano, i morti per suicidio nel mese di ottobre hanno superato la totalità dei decessi per Covid19 dall’inizio della crisi sanitaria (2.087). La tendenza si è sviluppata progressivamente, di pari passo con la diffusione del virus all’interno dei confini nazionali, e il sorpasso rispetto al 2019 si è verificato soltanto nel mese di luglio: da allora è stato un percorso in salita, che ha raggiunto il picco lo scorso mese.

Il profilo delle vittime

È presto per capire se l’aumento dei suicidi sia destinato a connotare anche gli ultimi mesi del 2020 e a perdurare nel 2021, annullando, in breve, gli effetti delle politiche di sensibilizzazione, controllo e prevenzione implementate nell’ultimo decennio per sconfiggere quella che è una vera e propria piaga sociale. Jun Okumura, un analista dell’Istituto Meiji per gli Affari Globali che sta studiando da vicino l’inversione di tendenza degli ultimi mesi, è del parere che “molte di queste morti riguardano persone nell’industria dei servizi, incluse quelle posizioni non a contratto in luoghi come bar e piccoli ristoranti”.

Un ruolo-chiave nell’esplosione dell’epidemia dei suicidi, secondo Okumura, è stato giocato “dalla mancanza di supporto [statale] a tutte quelle persone affette da problemi di salute mentale” e da quella che definisce una persistente “riluttanza culturale” verso la ricerca di aiuto, sedimentata in particolare tra i lavoratori maschi.

In breve, le principali vittime di questa ondata di suicidi sarebbero persone con patologie pregresse e neo-disoccupati, due categorie ampiamente trascurate dai piani di supporto sociale ed economico approntati dal governo e che starebbero pagando il prezzo più elevato delle ripercussioni sociali e psicologiche provocate dalla pandemia.

Un fenomeno radicato

Sebbene i suicidi complessivi siano in diminuzione da un decennio, il Giappone continua ad essere saldamente nelle prime posizioni della classifica delle nazioni più colpite dal problema. Nel 2016 il Paese presentava un tasso di mortalità per suicidio di 18,5 ogni 100mila abitanti, ossia quasi il doppio della media mondiale, quell’anno ferma a quota 10,6.

Il fenomeno suicidario nipponico è oggetto di studi da parte della comunità scientifica sin dagli anni ’70, ed è persino entrato nella sfera della cultura popolare e dell’intrattenimento. Le analisi concordano sul fatto che i principali moventi alla base dell’estremo gesto siano due: problemi mentali e difficoltà economiche.

La storia recente ha corroborato questa tesi, perché due sono le identità ricorrenti che caratterizzano le vittime: quella di un lavoratore stressato e isolato socialmente, tendenzialmente maschio e di età compresa tra i 20 e i 44 anni, il cui carico di impegni professionali è tale da rendere impossibile la coltivazione di passatempi e di una vita sentimentale; e quella di una persona che ha perso l’occupazione o che teme di perderla. I picchi più elevati di suicidi, del resto, si sono verificati durante la crisi finanziaria asiatica del 1997 e la crisi finanziaria globale del 2007-2008.

Non è solo economia, però, perché il fenomeno suicidario è da inquadrare nel più ampio contesto del trauma nazionale della seconda guerra mondiale, alla quale ha fatto seguito un processo di occidentalizzazione che ha investito usi, costumi, mentalità e cultura, e l’attecchimento di un modello capitalistico particolarmente competitivo. Spaesamento culturale e nascita di una società improntata sull’iper-concorrenza hanno determinato la comparsa di una variante contemporanea e postmoderna di una pratica culturale legata all’onore e alla dignità della persona, il seppuku, presente nella tradizione giapponese dall’anno Mille.

In una società come quella giapponese, dove il suicidio viene considerato simultaneamente un problema da arginare e un’azione socialmente tollerabile tesa a preservare la rispettabilità e l’integrità morale del soggetto, togliersi la vita continua ad essere la principale via di fuga dallo stigma sociale provocato dall’aver perso un lavoro – o dall’avere un’occupazione precaria con poche o nulle prospettive di mobilità sociale verso l’alto – e/o dalle pressioni provenienti dalla famiglia riguardanti la sfera sentimentale e la carriera scolastica ed universitaria.

Il Giappone, inoltre, non possiede soltanto un primato negativo in termini suicidari; il malessere diffuso e generalizzato che sta colpendo la società sin dalle decadi immediatamente successive alla fine della seconda guerra mondiale è espresso anche nel fenomeno dei cosiddetti hikikomori, gli evaporati. Si tratta di persone che, per evitare di affrontare le pressioni della famiglia e l’iper-concorrenza del mercato del lavoro (o di morire sul lavoro per l’eccessiva stanchezza), scelgono volontariamente di rompere ogni legame con la realtà sociale circostante e di vivere in uno stato di autoreclusione.

Ogni anno, secondo le stime ufficiali dei ricercatori giapponesi, almeno 20mila persone decidono di porre fine alla loro esistenza sociale, entrando a far parte della comunità sempre più estesa, seppure invisibile, degli hikikomori. Quel numero ha una valenza curiosa, che potrebbe non esaurirsi in questo specifico ambito e che dovrebbe essere studiato con maggiore attenzione: ogni anno, infatti, mentre una media di 20mila persone opta per l’evaporazione sociale, un numero comparabile di persone decide di suicidarsi; epiloghi differenti, ma l’origine del malessere è la stessa.

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