Maneggiare pericolosi virus senza indossare un adeguato equipaggiamento, scoprire di essere stati feriti da una cavia portatrice di malattie virali, smaltire i rifiuti degli esperimenti in maniera inadeguata, uscire dal posto di lavoro senza prima sottoporsi a una doccia decontaminante. Questi sono soltanto alcuni degli incidenti che possono capitare in un laboratorio in cui si studiano virus.

Certo, i livelli di sicurezza di strutture del genere sono adeguati alla pericolosità delle mansioni svolte; dunque è estremamente raro che una delle ipotesi citate possa verificarsi nella realtà. Bisogna tuttavia tener sempre presente che l’essere umano non è infallibile e che, per disattenzione, stanchezza o altri motivi, può commettere alcuni errori. Dal momento che non conosciamo ancora l’origine esatta del nuovo coronavirus, c’è chi ha ipotizzato che il Sars-CoV-2 possa essere fuoriuscito da un laboratorio, proprio a causa di una svista collegabile a un errore umano.

Precisiamo subito che non esistono prove certe che confermino tale supposizione. Come se non bastasse, sia l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) che numerosi scienziati hanno subito bollato l’origine del virus come naturale. “La probabilità che il virus Covid-19 sia stato generato in laboratorio è minima. Su questo argomento purtroppo c’è troppa politica. Solo attraverso altri studi scientifici si potrà arrivare a una definitiva conclusione”, ha spiegato Tommaso Beccari, professore di Biochimica della Università degli Studi di Perugia e tesoriere della società internazionale di biotecnologie, cioè l’EBTNA (European Biotechnology Thematic Network Association).

2003: il giallo della Sars

In merito alle origini della Sars-CoV-2 – pur senza avere certezze assolute – vale la pena prendere in considerazione le prove a sostegno dell’incidente in laboratorio. Anche perché, come vedremo, nel recente passato ci sono da registrare diversi errori umani avvenuti all’interno dei laboratori cinesi. È possibile che qualche scienziato sbadato possa aver contribuito, involontariamente, a diffondere il nuovo coronavirus nel mondo intero?

Senza avere la pretesa di rispondere a questa domanda, partiamo dal presupposto che in Cina, così come in tanti altri Paesi, esistono istituti all’interno dei quali si studiano coronavirus animali nel tentativo di ottenere cure e vaccini. A proposito di vaccini, il primo giallo sui laboratori risale al 2003. Abbiamo più volte raccontato la storia di Liu Janlun, professore di nefrologia di 64 anni dell’Università Zhongshan di Guangzhou, provincia del Guandong, nonché medico dell’ospedale universitario Sun Yat-Sen.

Facciamo un breve riassunto: il 15 febbraio 2003 il professore inizia ad accusare sintomi influenzali. Il signor Liu non dà peso alla tosse e alla febbre che lo affliggono da giorni e decide di andare a Hong Kong, insieme a sua moglie, per assistere al matrimonio del nipote. Durante la sua permanenza all’Hotel Metropole, il quadro clinico di Liu si aggrava. L’uomo finirà in terapia intensiva con insufficienza respiratoria. Non solo: diventerà per il mondo intero il primo “super diffusore” della Sars, “parente” dell’attuale Covid-19.

Molti mesi prima del triste epilogo, Liu è impegnato in un lavoro complesso. Nei laboratori dell’Università di Medicina di Guangzhou, il prof sta cercando un vaccino, o almeno una cura, con cui sconfiggere l’H5N1, l’influenza aviaria che, due o tre volte all’anno, si scatena nella provincia del Guandong uccidendo interi allevamenti di polli, anatre e tacchini. Pechino vuole un vaccino (o una cura) e chiede ai migliori scienziati di trovare un rimedio. Le cronache dell’epoca scrivono che Liu, prima di infettarsi, stava lavorando duro manipolando il virus H5N1. Una delle ipotesi, ovviamente mai confermata, è che, tra un esperimento e l’altro, con protezioni probabilmente non all’altezza della situazione, il professore possa esser stato attaccato dall’agente patogeno che stava analizzando.

Gli altri incidenti

Nel 2018, ha rivelato il Washignton Post, l’ambasciata americana in Cina ha allertato più volte Washington per avvisare la Casa Bianca di un fatto sconvolgente e potenzialmente pericoloso per il mondo intero. Il centro di ricerca di Wuhan, quello dal quale Donald Trump e Mike Pompeo ritengono possa essere fuoriuscito il nuovo coronavirus, era affetto da enormi carenze di sicurezza. Questo campanello d’allarme, all’epoca dei fatti, è suonato a vuoto.

In un secondo momento, dopo la diffusione del Covid-19, gli esperti hanno puntato il dito sulle presunte carenze di sicurezza presenti nei laboratori di Wuhan, epicentro del contagio globale del nuovo coronavirus. C’è chi ha parlato di un rilascio accidentale dell’agente patogeno avvenuto mediante un cattivo smaltimento dei rifiuti, cioè dei pipistrelli usati negli esperimenti. E chi, come il microbiologo della Rutgers University, Ricard Ebright, ha affermato al Washington Post che “il primo contagio umano potrebbe essere avvenuto in modo accidentale”. In che modo? Attraverso il passaggio dai pipistrelli all’uomo in seguito a un incidente avvenuto in laboratorio.

Ebright cita, a sostegno della sua tesi, alcuni video girati nel centro di ricerca di Wuhan in cui si vedono dipendenti “raccogliere campioni di coronavirus da pipistrelli con sistemi di protezione individuale del tutto inadeguati e con metodologie del tutto insicure”. Non solo: Ebright – e questa è forse la parte più interessante – ha citato due articoli risalenti al 2017 e al 2019 che descrivevano le condizioni di lavoro dei ricercatori di Wuhan. Questi ricercatori catturavano i pipistrelli nelle caverne “senza prendere misure protettive”, ed esponendo i loro corpi all’urina di animali potenzialmente infetti.

L’ultimo studio che testimonia incidenti avvenuti all’interno dei laboratori cinesi è il paper che porta la firma di Botao Xiao e Lei Xiao della Guangzhou’s South China University of Technology. Nel loro documento vengono citati due episodi da non sottovalutare. Nel primo Botao e Lei raccontano di un ricercatore attaccato da alcuni pipistrelli. Durante l’incontro ravvicinato con gli animali, l’uomo si è accorto di avere il sangue dei pipistrelli sulla propria pelle. Sapendo che ciò avrebbe potuto provocare un’infezione, il ricercatore si è messo in quarantena volontaria per 14 giorni. In un secondo momento, e questo è l’altro episodio menzionato dal paper, lo stesso ricercatore è stato costretto a isolarsi una seconda volta, dopo che un pipistrello gli aveva urinato addosso. Probabilmente, come confermato da diversi scienziati, il nuovo coronavirus non è uscito da alcun laboratorio. Eppure, gli incidenti avvenuti nel recente passato nei centri di ricerca cinesi, non possono lasciare tranquilli.

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