Il mondo contemporaneo è sostanzialmente diviso in due blocchi: in uno si pensa che le guerre siano ormai relegate al passato; in un altro le guerre vengono combattute. In Occidente, la generazione di persone in grado almeno di ricordare il clima che si viveva durante una guerra mondiale sta per scomparire del tutto. Il perenne senso di pericolo, l’insicurezza, la povertà, il potere dei legami personali, tutti aspetti legati ai conflitti che centinaia di milioni di persone hanno avuto la fortuna di esperire sono nei film. Una fortuna che, tuttavia, non autorizza ad abbandonarsi all’indifferenza. Perché altrettante centinaia di milioni di persone ogni giorno sono costrette a confrontarsi con l’orrore della guerra e, tra queste, una persona su cinque soffre di seri problemi di salute mentale.

Un dato, diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che fino a pochi anni fa non veniva considerato plausibile. I report del 2016, infatti, parlano di un abitante su 16 in zone di conflitto affetto da disturbi psichici. L’Oms, tuttavia, ha ritoccato verso l’alto queste cifre, e non di poco, poiché basate su 129 studi complessivi, 45 di questi mai inclusi nelle stime precedenti.

Il documento dell’Oms, pubblicato sulla rivista medica Lancet, parla di un 22% di persone che vivono in aree di conflitto affette da depressione, ansia, disturbi da stress post-traumatico, disturbi bipolari o schizofrenia. Patologie che colpiscono con maggiore frequenza le donne e il cui peso aumenta col passare degli anni. Di questo 22%, quasi la metà rientra in una fascia di intensità moderata o grave. Numeri alla mano, considerando che i conflitti armati hanno raggiunto il massimo storico nel 2016 (53 e in 57 paesi), il totale di persone costrette a vivere in aree di crisi o a sfuggire alle violenze rappresenta il 12% della popolazione mondiale. Quasi un miliardo di persone in maggioranza sparse tra Afghanistan, Iraq, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Siria e Yemen. Il conto finale è presto fatto: a causa delle guerre 190 milioni di persone soffrono di problemi psichiatrici, un dato sconvolgente e senza precedenti nella storia.

Ci sono dei limiti nella quantificazione totale, come riconoscono gli autori del report, poiché si tratta di dati per nulla facili da raccogliere. Per esempio, non c’erano prove sufficienti della reale incidenza della psicosi, e altri tipi di disagi causati magari dall’abuso di alcol o droghe non sono stati inseriti nel conteggio. Ma il dato finale, seppur spannometrico, potrebbe addirittura sottostimare la portata reale del fenomeno.

“Anche se l’importanza clinica dei disturbi mentali lievi nelle emergenze può essere contestata, le esigenze cliniche delle persone con gravi disturbi mentali sono troppo spesso trascurate”, dice il documento, col quale i firmatari chiedono maggiori risorse da destinare all’assistenza sanitaria mentale nelle zone di conflitto. “L’assistenza sanitaria mentale deve essere prioritaria nei paesi in guerra, non da ultimo per i legami consolidati tra salute mentale, funzionamento e sviluppo del paese”. Le conseguenze dei conflitti armati, infatti, sono durature, traumatiche e spesso invisibili. Ma non per questo meno serie.

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