La prima somministrazione di un vaccino anti-Covid ad RNA messaggero (nello specifico si tratta dei preparati sviluppati da Pfizer/Biontech e Moderna) è in grado di offrire una protezione dell’80% – che sale al 90 dopo la seconda dose – dal virus SARS-CoV-2. A chiarirlo è uno studio dei Centers for Disease and Control Prevention (CDC), un importante organismo di controllo sulla sanità pubblica negli Stati Uniti. Le buone notizie, però, non finiscono qui.

Una ricerca realizzata dalla prestigiosa rivista Nature ha chiarito come, utilizzando un vaccino ad RNA, ci siano effetti di riduzione della carica virale già a dodici giorni dalla somministrazione della prima dose del farmaco. Queste scoperte potrebbero influire sulla strutturazione delle campagne vaccinali ed in particolare sulla necessità di garantire che quante più persone possibili ricevano almeno la prima dose del farmaco, come accaduto nel Regno Unito, per garantire una protezione diffusa a livello comunitario.

Una scoperta interessante

Lo studio dei Centers for Disease Control and Prevention si è svolto monitorando 4mila persone, tra cui lavoratori essenziali e del settore sanitario, a partire dal mese di dicembre. I partecipanti sono stati testati settimanalmente per individuare ogni possibile caso di Covid-19, anche quelli asintomatici. Il 75% dei lavoratori ha ricevuto, nel periodo compreso tra il 14 dicembre ed il 13 marzo, almeno una dose di vaccino ad RNA messaggero. Ci sono state 161 infezioni tra chi non era stato vaccinato, 16 tra chi aveva ricevuto una sola dose e tre tra coloro i quali avevano ricevuto due dosi.

La maggior parte dei casi positivi ha sviluppato almeno qualche sintomo legato al Covid, il 10,7% nessun sintomo mentre il 23% ha dovuto fare ricorso alle cure mediche e ci sono state due ospedalizzazioni (ma nessuna morte). La stima sull’efficacia della prima dose è relativa al breve periodo intercorso in attesa della seconda e lo studio non è stato testato per verificare cosa potrebbe accadere in assenza della seconda dose. Una ricerca, denominata PITCH e realizzata dalle università di Oxford e Sheffield, ha mostrato come una dose del vaccino Pfizer abbia generato una forte risposta anticorpale ed a livello delle cellule T nel 99% delle persone. Una dose, dunque, proteggerebbe dai casi gravi della malattia e la decisione di ritardare il richiamo per offrire protezione ai gruppi ad alto rischio sarebbe corretta.

Cosa è successo in Italia

La scelta di vaccinare con una sola dose e di diluire nel tempo la somministrazione del siero è stata considerata, in Italia e non troppo tempo fa, come una possibilità utile nell’immediato. Scegliendo questa strada, infatti, si potrebbe raddoppiare il numero delle persone vaccinate ottenendo una protezione significativa. Il beneficio più evidente potrebbe essere legato ad un precoce alleggerimento delle restrizioni che hanno la loro ragion d’essere proprio nella protezione di fragili e vulnerabili in attesa del vaccino. Non mancano, però, i dubbi e le incertezze.

Non è noto quanto può durare la copertura data dalla prima iniezione e si potrebbe facilitare lo sviluppo di varianti connesse ad una protezione solo parziale dei soggetti. Chi ha già avuto il Covid-19, invece, dovrà ricevere (almeno in Italia) una sola dose di vaccino almeno tre mesi dopo l’infezione e non oltre i sei. L’indicazione del ministero della Salute riguarderà gli almeno tre milioni di italiani che, con certezza, hanno già contratto il Covid-19 e che, indipendentemente dal vaccino loro spettante, riceveranno un’unica dose sufficiente a potenziare la produzione di anticorpi indotta dalla malattia. Questa indicazione è valida indipendentemente dalla portata dei sintomi ed in linea teorica si può applicare anche agli asintomatici. Il decorso, ovviamente, deve essere accertato magari mediante un test sierologico che consente di accertare quali sono le proprie condizioni nei confronti del coronavirus.

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