L’origine del Sars-CoV-2 è ancora avvolta nel mistero. La teoria più probabile è che il virus che ha causato la pandemia di Covid-19 possa derivare dai pipistrelli. In altre parole, secondo questa ipotesi, non ancora ufficialmente confermata, il disastro sanitario sarebbe da imputare a un cosiddetto salto di specie, o effetto spillover.

Stiamo parlando di un fenomeno comune in natura, in cui un virus riesce a letteralmente a saltare da una specie all’altra dopo aver subito una trasformazione. In un secondo momento, una volta stabilizzatosi nell’organismo umano del paziente zero, l’infezione si propaga da una persona all’altra senza l’ausilio di alcun animale ospite. È davvero successo così anche per il Sars-CoV-2?

Secondo alcuni scienziati, sì. Altri, come quelli del Francis Crick Institute, stanno invece ragionando su un’altra teoria. Le loro conclusioni, arrivate al termine di una serie di analisi comparative tra le proteine dei virus dei pipistrelli e del nuovo coronavirus, sono molto interessanti. Ebbene, sembrerebbe che il Sars-CoV-2 si sia evoluto “da una ricombinazione di genomi distinti di coronavirus” perché “è improbabile che un virus di pipistrello infetti le cellule umane”.

L’ipotesi della ricombinazione

Nel caso in cui l’ipotesi della ricombinazione dovesse essere confermata, resterebbe da capire quali sono i genomi distinti citati dai ricercatori. A dire il vero, qualche mese fa, già uno studio pubblicato su Science Advance, e intitolato Emergence of SARS-CoV-2 through recombination and strong purifying selection, preannunciava la teoria della fusione di genomi. Ma che cosa si intende quando parliamo di genomi ricombinati?

Il nuovo coronavirus potrebbe essere una sorta di ibrido, ovvero il risultato di un esperimento naturale. L’unione tra due coronavirus distinti, uno, probabilmente, dei pipistrelli e uno dei pangolini, avrebbe generato un agente patogeno sconosciuto. In che modo? Entrambi i virus potrebbero aver infettato lo stesso organismo e, durante il processo di replicazione del loro genoma all’interno dello stesso, per caso, alcuni frammenti dei rispettivi rna si sarebbero uniti generando il Sars-CoV-2.

A caccia di genomi

Secondo la ricerca citata, dunque, i due genomi apparterrebbero rispettivamente a un pipistrello e a un pangolino. Già, perché un virus rintracciato all’interno di un pipistrello, in una grotta lungo il confine tra Cina e Myanmar, ha dimostrato di condividere con il Sasr-CoV-2 il 96% dei geni. Eppure quel virus animale non era in grado di infettare gli uomini, visto che non era dotato di una particolare proteina che gli avrebbe consentito di legarsi ai ricettori delle cellule umane.

L’anello mancante è arrivato quando un team di esperti hanno rintracciato la proteina in questione nei pangolini malesi. È a quel punto che ha preso forma l’ipotesi della ricombinazione. Che il nuovo coronavirus sia davvero il risultato di una fusione avvenuta a livello naturale? Ci sarebbe tuttavia un ultimo ostacolo da superare.

Il Sars-CoV-2 ha una mutazione genetica differente rispetto ai due coronavirus trovati nei pipistrelli e nei pangolini. Una possibile spiegazione per uscire dall’impasse è che il progenitore di Sars-CoV-2, già ricombinato, possa essere saltato nell’uomo e che qui, con il tempo, possa essersi gradualmente adattato da un punto di vista genetico. È a quel punto che il nuovo coronavirus potrebbe aver preso il volo. Ipotesi interessante, ma ancora da confermare.

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