Portati via dalle loro case “per ragioni mai rivelate”. Torturati per giorni, mesi o addirittura anni. Alcuni alla fine vengono liberati, altri invece non saranno mai più ritrovati. In Pakistan, la pratica delle sparizioni forzate è diffusa da decenni e non risparmia nessuno: tutti coloro che sono sospettati di avere dei legami con terroristi, ribelli o attivisti vengono prelevati e rinchiusi in centri di detenzione senza alcun processo. “Entrato nella cella delle torture, sono stato spogliato. Ho iniziato a implorarli di non disonorarmi, piangevo e supplicavo. Sono stato sdraiato sul pavimento e qualcuno ha cominciato a picchiarmi sulle natiche con una cintura di cuoio”, ha raccontato al The Guardian Qayyum*, funzionario del governo pakistano sequestrato nell’agosto del 2014 da dodici uomini mascherati e in divisa. Dopo settimane di terribili torture e continui interrogatori, l’uomo venne abbandonato di notte per le strade di Quetta e minacciato. “Non ero la persona che stavano cercando, ma quelle settimane di tortura in cella hanno ucciso il mio spirito. Sono stato riportato indietro come un cadavere”.

Non tutti però tornano a casa. Il corpo di Hafeezullah Mohammed Hasni, rapito il 30 agosto 2016, è stato ritrovato solo pochi mesi fa. Secondo il medico legale che si è occupato del caso, Hasni era morto da almeno tre anni. “I suoi vestiti, le scarpe e i calzini sono gli stessi che indossava quel giorno”, ha commentato il fratello dopo aver identificato la salma mutilata. E così intere famiglie vivono sospese per anni, senza notizie dei loro cari, un parente che torna dall’incubo o un corpo su cui piangere. “Stavamo per sposarci, eravamo così felici. Poi all’improvviso tutto è svanito. Prego Dio che sia al sicuro e torni. Lo sto aspettando”, ha spiegato Rehana che da più di cinque anni non vede il suo fidanzato. “È terrificante non sapere se mio figlio è vivo o morto”, ha aggiunto il padre del ragazzo rapito pochi giorni prima del suo matrimonio.

Le sparizioni forzate

Iniziate negli anni ’70, le sparizioni forzate da parte delle agenzie di sicurezza pakistane diventano ordinarie dal 2001 quando il Paese comincia ad affiancare gli Stati Uniti nella guerra al terrore e a consegnare all’amministrazione Bush centinaia di sospetti terroristi. Ogni anno, migliaia di militanti islamici o separatisti, oppositori politici, attivisti, giovani studenti e giornalisti vengono rapiti senza spiegazioni per poi scomparire nel nulla. Una pratica che, nonostante i profondi cambiamenti della politica pakistana, viene messa in atto ancora oggi con numeri preoccupanti. Nel solo mese di agosto, la Commissione d’inchiesta sulle sparizioni forzate (Coied) istituita nel 2011 dal governo pakistano ha ricevuto 23 nuove segnalazioni che hanno portato il totale dei casi degli ultimi nove anni a quota 6.752. Di questi, 4.642 casi sono stati “smaltiti” (le persone sono state trovate in prigione, morte oppure non si trattava di sparizione involontaria) mentre 2.110 sono ancora “in sospeso”. I numeri sarebbero però più elevati dato che, per paura delle autorità, in molti non denunciano i casi di scomparsa.

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Fondata per “rintracciare i dispersi e attribuire le responsabilità a persone e organizzazioni”, la delegazione pakistana è finita nel mirino della Commissione internazionale dei giuristi (Icj) che ha evidenziato come in nove anni “non sia riuscita a ritenere responsabile nemmeno un singolo autore di sparizioni forzate. Una Commissione che non affronta l’impunità, né facilita la giustizia per le vittime e le loro famiglie, non può certo essere considerata efficace”, ha tuonato Ian Seiderman di Icj accusando il governo di aver “usato la Commissione per deviare le critiche e dimostrarsi impegnato sul tema”. Le agenzie di sicurezza pakistane e il servizio di Intelligence più potente del Paese, l’ISI, negano da sempre il loro coinvolgimento nelle sparizioni e l’attuale governo di Imran Khan, sostenuto alle elezioni dai militari, non ha ancora tenuto fede alla promessa di voler mettere fine alla terribile pratica. E così le sparizioni continuano mentre molti ritengono che i rapimenti siano persino aumentati da quando l’ex giocatore di cricket è diventato primo ministro nel 2018.

Il Belucistan

Tra le zone più esposte alle sparizioni forzate c’è la provincia più grande del Pakistan, il Belucistan. Nella regione ricca di risorse energetiche e minerarie, dove però il 70% della popolazione vive in condizioni di povertà, sono sorti gruppi separatisti che da decenni lottano per l’indipendenza dal Paese. Negli ultimi anni, inoltre, il Belucistan si è trovato al centro di un importante progetto cinese, il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), che nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI) andrà a collegare la provincia dello Xinjiang al porto di Gwadar sul Mar Arabico. E così sono iniziati anche gli attacchi a strutture e personale cinese.

Intanto nella regione la tensione continua a crescere: l’attività dei separatisti contro il governo pakistano si è intensificata mentre le sparizioni usate per reprimere le rivolte sono aumentate. “Il problema in Pakistan è diffuso e non si limita alla provincia del Belucistan. Tuttavia, qui le sparizioni sono una caratteristica distintiva del conflitto tra forze di sicurezza governative e militanti armati che ha devastato la provincia per molti anni”, si legge in un rapporto di Human Rights Watch. Secondo quanto riportato dal Guardian, tra gennaio e agosto 2020, 139 persone sono state rapite con la forza dal Belucistan, mentre solo 84 sono state rilasciate. Lo scorso giugno, il Partito nazionale del Belucistan (BNP) ha ritirato l’appoggio al governo di Khan in protesta contro le mancate promesse a tutela della popolazione più povera. La pratica con cui le autorità o i loro agenti prendono in custodia le persone e poi negano ogni responsabilità piega l’intera società. Le famiglie sempre più angosciate non smettono di protestare e di chiedere la liberazione dei loro parenti. A Quetta, capoluogo della provincia, ogni giorno si riuniscono centinaia di persone che tra le mani stringono le foto di padri e figli scomparsi. Nessuno vuole smettere di aspettare il loro ritorno.

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