Il Giappone è pronto a fare i conti con la pandemia di Covid-19. Dopo settimane di calma apparente l’allarme nuovo coronavirus è risuonato anche a Tokyo. Dalla fine di marzo in poi i casi giornalieri hanno superato il livello di guardia, tanto da spingere il premier Abe Shinzo ad estendere lo stato di emergenza a tutto il Paese. Sia chiaro, i numeri cui deve far fronte il governo giapponese sono nettamente più bassi rispetto a quelli presenti nei bollettini occidentali.

È pur vero che la radiotelevisione nazionale Nhk ha mostrato alcune proiezioni raccapriccianti. Lo studio, realizzato da un team di esperti del ministero della Salute, ha fatto presente che, senza una radicale riduzione dei contatti sociali, il Giappone rischia di trovarsi tra le mani 400mila morti e 850mila contagi. Non solo: al culmine dell’epidemia 200mila persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni rischierebbero di finire in terapia intensiva, così come 650mila pazienti di età superiore ai 65 anni. Molti di loro potrebbero morire a causa della carenza di ventilatori e posti in terapia intensiva.

Produrre più Avigan

Nel frattempo il sistema sanitario nazionale è in ginocchio. Da giorni sono esaurite le scorte di Avigan, il medicinale antinfluenzale utilizzato in Giappone per trattare i pazienti infettati dal nuovo coronavirus. Come sottolinea Nikkei Asian Review, l’ingrediente principale del farmaco, cioè l’acido malonico, viene prodotto in Cina, salvo poi essere esportato nel Paese nipponico.

Il problema è che le esportazioni non sono più possibili in parte per l’aumento delle richieste provenienti dal mercato interno cinese, in parte per via della sua commercializzazione di massa in più varianti genetiche. Morale della favola: Tokyo rischia seriamente di restare senza rifornimenti. Il premier Abe ha quindi chiesto a due importanti aziende nipponiche, Denka e Kaneka, di mettersi al lavoro per produrre il citato acido malonico.

I tempi si preannunciano tuttavia abbastanza lunghi perché è necessario superare varie processi normativi prima di ottenere l’approvazione dei farmaci. Un altro guaio è rappresentato dai costi di produzione, in Giappone decisamente più alti (fino a 10 volte) che non in Cina. Calcolatrice alla mano, servono circa 150 milioni di dollari per assegnare a ciascun potenziale paziente una dose necessaria del medicinale.

Tra produzione e autorizzazione

A proposito di Avigan, sempre secondo Nikkei Asian Review, il Giappone sarebbe pronto a triplicare le scorte proprio per tutelarsi in vista di una possibile, futura, seconda ondata di Covid-19. Il farmaco, che non è in commercio e che attualmente è in fase di sperimentazione assieme ad altri medicinali, ha lentamente scalato le posizioni. Dagli ultimi rapporti pare che Avigan possa impedire la replicazione del nuovo coronavirus all’interno del corpo dei malati, ma il trattamento di un’infezione da Covid-19 sembrerebbe richiedere una quantità del farmaco tre volte maggiore rispetto all’influenza.

Abe starebbe spingendo per ottenere l’autorizzazione del farmaco in tempi ristretti mentre il ministro della Salute rimane cauto. Solitamente un farmaco richiede oltre sei mesi per passare dalla fase di applicazione a quella di autorizzazione per i pazienti.

Mentre le sperimentazioni sull’Avigan continuano, il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha annunciato che il farmaco ”è stato dato al Veneto, è arrivato dalla Fuji e ora lo sperimenteremo a Verona e poi a Padova”. “Lo abbiamo avuto perché si è tenuto conto moltissimo della nostra esperienza”, ha spiegato. Zaia ha quindi sottolineato che “al Veneto vengono proposte molte sperimentazioni e che attualmente vi sono sette protocolli attivi”.

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