Il coronavirus riempie i giornali, provoca reazioni scomposte e manda in panico i mercati, ma è ancora estremamente lontano dal poter esser definito un’epidemia mondiale. Come nel caso di altre supposte pandemie, a risultare decisiva nella percezione è l’enfasi mediatica data al fenomeno piuttosto che la sua effettiva virulenza.

Altre e ben più problematiche malattie non ricevono la medesima copertura o attenzione. Pur mantenendosi da tempo nella categoria dei fardelli sanitari globali. Tra questi il più dannoso è senz’ombra di dubbio la malaria, la malattia degli ultimi, dei “dannati della Terra”.

Secondo i dati forniti dall’Institute of Health Metrics and Evaluation (Ihme), negli ultimi 25 anni la malaria ha ucciso nel mondo oltre 20 milioni di persone, il 90% delle quali in Africa, anche se pure aree come l’America latina, l’India e la Nuova Guinea risultino colpite. Circa il 57% sono stati bambini sotto i cinque anni, e i minori di 14 anni rappresentano i due terzi delle vittime. La malaria è una minaccia per il futuro dei popoli colpiti.

L’ampio arco sub-sahariano che va dalla Guinea al Congo è l’epicentro delle morti mondiali per la malaria, malanno che ha accompagnato la storia della civilizzazione umana prima di essere eradicato al crescere delle condizioni igieniche e sanitarie delle società.

E dire che rispetto agli inizi del millennio si stanno facendo progressi: il numero di decessi all’anno, secondo l’Organizzazione mondiale della sanitàè sceso dagli oltre 840mila del 2000 agli odierni 400mila. E anche in questo contesto, sottolinea Avvenire, “il bilancio supera a mani basse quello delle vittime di una guerra come quella siriana in corso ormai da nove anni. Il paludismo, però, non spaventa: è la malattia dei poveri, di chi non ha neanche una zanzariera per proteggersi dalle punture che diventano mortali perché un farmaco non lo può avere. Pochi centesimi di dollaro con un’efficacia elevatissima”, specie se consideriamo che tutt’ora il 95% dei bambini nigerini sotto i cinque anni e i due terzi di quelli indiani non dispongono di tali protezioni.

Ridurre il fronte di diffusione della malaria significa conquistare all’uomo nuovi territori, aprire nuovi spazi al progresso sociale, garantire un futuro a milioni di persone. Per questo bisogna riconoscere come fondamentale ogni successo che strappa al contagio (216 milioni di persone affette ogni anno) uomini, donne e bambini di Paesi tra i più poveri del pianeta. Una ricerca di Nature del 2016 ha riportato che la diffusione di zanzariere, la distribuzione di insetticidi per combattere le zanzare (principali vettori della malaria) e la diffusione di una cura estratta dall’artemisia abbiano impedito, tra il 2000 e il 2015, circa 663 milioni di contagi.

Nel 2015 le autorità europee hanno approvato Rts,s, il primo vaccino riconosciuto contro la malaria mai brevettato dalla scoperta del parassita portatore, il plasmodio. In Malawi, Kenya e Ghana è stato recentemente avviato il programma per la distribuzione a pazienti in età pediatrica di Mosquitrix, primo vaccino commercializzato al culmine di trent’anni di ricerca, prodotto da Glaxo-SmithKline con l’aiuto di un organismo no profit, Path’s Malaria Vaccine Initiative. “La vaccinazione si presenta come una delle opportunità per frenare la diffusione della malattia e si candida a fare il paio con le strategie adottate a livello ambientale“, si legge sul sito della Fondazione Umberto Veronesi. “Negli studi clinici finora completati, il farmaco è riuscito a ridurre anche del 40% i nuovi contagi in età pediatrica”. Un passo importante per iniziare una battaglia che sarà ancora lunga. E verrà combattuta, per la maggior parte, nel silenzio.

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