Ospedali improvvisati e campi di quarantena capaci di ospitare, complessivamente, quasi 250.000 potenziali pazienti positivi al Covid-19. Pochi giorni fa le autorità di Guangzhou, nel sud della Cina, hanno spiegato che la città stava accelerando la costruzione di strutture sanitarie emergenziali dotate di 246.407 posti letto per far fronte alla pandemia di coronavirus.

I filmati dei lavori in corso, in via di ultimazione, hanno fatto il giro del web. “È meglio essere preparati e costruire tutte le strutture necessarie, anche se poi rimarranno inutilizzate”, ha spiegato Wang Baosen, un funzionario locale, sottolineando che la situazione nella megalopoli sta attraversando una fase critica.

Guangzhou, un centro manifatturiero che ospita 19 milioni di persone, sta combattendo contro il più grande e recente focolaio della Cina. Fino a poche settimane fa i nuovi contagi giornalieri si attestavano intorno alle 9mila unità, sollevando preoccupazioni sul fatto che si stesse pericolosamente raggiungendo la scala corrispondente all’epidemia esplosa di Shanghai ad aprile.

Ricordiamo che nel periodo più delicato la megalopoli in questione contava oltre 300mila posti letto ed è stata sigillata per due mesi, in attuazione dell’ormai nota Zero Covid Policy, ovvero la tolleranza zero contro il virus da perseguire mediante quarantene, lockdown e stringenti restrizioni personali a scapito dei cittadini.

A Guangzhou oggi i numeri restano critici, in relazione ai valori cinesi, visto che si registrano ancora circa 7mila casi al giorno. La maggior parte comprende pazienti asintomatici ma poco importa: per Pechino il dato relativo ai nuovi positivi deve essere tassativamente pari a zero.

Alta tensione

Nel frattempo ci sono da segnalare le proteste della popolazione locale contro il modus operandi delle autorità. Stanchi di test, tamponi, quarantene e limitazioni, numerosi cittadini hanno dato vita a violente contestazioni, in scia con quanto avvenuto in altri grandi centri della Cina. Centinaia di manifestanti sono scesi nelle strade del distretto di Haizhu, l’area più critica di Guangzhou, e hanno caricato le barriere della polizia. Sebbene non vi sia stata alcuna menzione di tali proteste nei media nazionali cinesi, diversi video sono stati pubblicati su piattaforme di social media come Weibo e WeChat.

Il 29 novembre il personale di sicurezza, munito di tute ignifughe, si è schierato spalla a spalla, riparandosi sotto scudi antisommossa, per farsi largo lungo una strada nel citato distretto di Haizhu, bloccato dalla fine di ottobre. Nei filmati condivisi si vedono persone urlare, barricate arancioni e blu sparse sul terreno, cinesi che lanciano oggetti contro la polizia e altri cittadini che vengono portati via dalle forze dell’ordine con le mani legate.

Probabilmente temendo che le proteste potessero sfociare in sommosse di massa, Pechino e Guangzhou hanno recentemente tentato di ridurre i disagi provocati dalla ferrea linea di controllo del Covid. A Pechino le autorità sanitarie, riprese dal South China Morning Post, hanno chiarito che le aree ad alto rischio dovranno essere definite in maniera più precisa, indicando non solo il complesso di edifici in cui si riscontrano casi positivi al Covid, ma anche la palazzina in cui questi casi sono rintracciati. Le aree di rischio possono essere successivamente espanse nel caso non sia chiara la trasmissione del virus o nel caso in cui il virus si sia effettivamente diffuso, ma solo dopo una “valutazione rigorosa”. L’approccio è in linea con le richieste della leadership di un approccio più “mirato e preciso” della linea dello zero Covid.

A Guangzhou, invece, si è puntato a ridurre il numero di tamponi effettuati sulla popolazione. Non solo. Il Guardian ha scritto che le autorità hanno improvvisamente annunciato la revoca dei blocchi in circa la metà dei distretti della città. Annunci ufficiali impartivano ai funzionari locali l’ordine di rimuovere i controlli temporanei e di ridisegnare le aree come a basso rischio. Basteranno questi correttivi per far tornare la serenità tra la popolazione?

La costruzione di nuovi campi di quarantena

Nonostante le proteste, e in alcuni casi gli alleggerimenti delle restrizioni, la Cina starebbe continuando a costruire campi di quarantena. Il Dragone lo ha fatto dall’inizio della pandemia in tutto il Paese, dove migliaia di persone sono state mandate in isolamento in piccole strutture di metallo.

In tutto questo, l’Economist ha sottolineato che lo scorso 17 novembre le autorità hanno annunciato l’intenzione di convertire il 10% dei letti ospedalieri in letti per unità di terapia intensiva, temendo (o forse nel tentativo di prevenire) eventuali terremoti sanitari. Hanno anche promesso di svelare un piano per aumentare i tassi di vaccinazione tra gli anziani, visto che solo il 40% degli over 80 cinesi si è vaccinato con una terza dose di richiamo.

Per tutto questo servono però tempo e risorse. Come se non bastasse, al momento la Cina conterebbe meno di quattro posti letto in terapia intensiva ogni 100.000 persone (contro, giusto per fare un confronto, i più di 30 per 100.000 degli Stati Uniti).

È tuttavia difficile ricostruire la situazione, principalmente a causa della frammentarietà delle informazioni. Su Twitter ci sono utenti che postano video di denuncia, nei quali sostengono che il governo cinese starebbe edificando addirittura centinaia di campi di quarantena.

Potrebbe allora essere questo il motivo per cui Pechino starebbe costruendo, a tempo record, nuovi campi di quarantena, all’interno dei quali, a detta del Financial Times, si troverebbero adesso oltre 1 milione di persone 8secondo altre fonti, sarebbero invece più di 400 milioni le persone attualmente sottoposte a qualche forma di quarantena).

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