Gli esperti guardavano e riguardavano le tabelle che stringevano le mani, senza riuscire a spiegare i valori ottenuti. La scorsa primavera, in Cina, nella provincia dello Hubei, epicentro nazionale della pandemia di Covid-19, si era verificato un fenomeno tanto inspiegabile quanto bizzarro. Mentre l’intera area, sigillata a doppia mandata dalle autorità per evitare la diffusione dei contagi nel Paese, veniva travolta dall’onda lunga del Sars-CoV-2, una piccola città provinciale sembrava essere quasi immune al virus. È ancora oggi un bel mistero Enshi, anonima città-contea cinese incastonata nella Prefettura autonoma tujia e miao di Enshi.

Siamo nell’estremo ovest dello Hubei, tra catene montuose, foreste e terme. “Infinite montagne verdi su cui camminare, infinite acque limpide che se ne vanno”, recitava un famoso e antico verso risalente alla dinastia Tang per descrivere il paesaggio circostante. Nonostante il panorama idilliaco, negli ultimi anni l’economia di Enshi, poco meno di 900 mila abitanti, è in piena espansione e sempre più collegata al resto della Cina. Ebbene, per qualche strano motivo, qui l’impatto del Sars-CoV-2 è stato pressoché irrisorio se raffrontato a quanto accaduto a Wuhan e in altri centri urbani della provincia.

Secondo i dati raccolti dalla Commissione sanitaria dello Hubei, e guardando quanto accaduto in Cina entro il 30 aprile 2020 – quindi in seguito al termine del lockdown di Wuhan – il tasso di incidenza del Covid era di appena 6.3 per 100 mila abitanti nella città di Enshi. Un’inezia in confronto a quanto registrato a Wuhan, con valori che oscillavano tra 14 e 140 per 100 mila abitanti. Quasi la metà, invece, se accostato ai valori di Shiyan, Xiangyang, Jingzhou e Yichang, tutti con incidenza compresa tra il 14.4 e il 23.8 per 100 mila abitanti.

Covid e selenio

Negli ultimi giorni è uscito un interessante studio condotto da un team guidato dal professor Ma Jin dello State Key Laboratory of Environmental Criteria and Risk Assessment presso la Chinese Research Academy of Environmental Sciences di Pechino. Si intitola Selenium (Se) plays a key role in the biological effects of some viruses: implications for COVID-19, ed è stato pubblicato sulla rivista Environmental Research. Nel paper, gli esperti hanno provato a spiegare il motivo per il quale i tassi di infezione rilevati a Enshi erano da due a 20 volte inferiori rispetto al resto della provincia. La risposta potrebbe essere nel terreno di questa particolarissima cittadina.

La teoria avanzata dagli scienziati è sostanzialmente semplice: “I livelli di selenio (Se, un oligoelemento non metallico presente sulla tavola periodica degli elementi) umano possono contribuire agli effetti antiossidanti, antinfiammatori e immunitari nel Covid-19″. Dal momento che Enshi possiede uno dei più grandi depositi di selenio al mondo, il collegamento tra questa peculiarità e la diffusione del Covid è subito sorto spontaneo.

In passato, la concentrazione di selenio nell’ambiente naturale di Enshi era così alta che la sovraesposizione a questo elemento ha causato la perdita dei capelli o delle unghie di alcuni residenti locali. In compenso, ha sottolineato il team di esperti, “l’assunzione di selenio nella dieta relativamente alta nelle aree ricche di selenio può migliorare l’immunità umana […] e contribuire a (migliorare ndr) la resistenza al Sars-CoV-2”.

Una strana coincidenza

Spostandosi da una città all’altra dello Hubei, i ricercatori hanno scoperto che, parallelamente alla diminuzione dei livelli di selenio, il tasso di infezione al Covid aumentava vertiginosamente. Suizhou e Xiaogan, giusto per fare un esempio, avevano la peggiore carenza di selenio, e le loro percentuali di casi positivi – durante la raccolta dei dati – erano le più alte al di fuori di Wuhan. Che fosse solo un caso? A detta del team del signor Ma, no. Gli scienziati ipotizzano che l’elemento Se possa aver giocato un ruolo preponderante nella risposta immunitaria umana al Sars-CoV-2. In che modo? Attraverso vari meccanismi tecnici, come ad esempio il taglio della produzione di ossigeno reattivo dannoso, che può spesso innescare un’infiammazione eccessiva.

È interessante menzionare anche un altro studio, realizzato dall’ospedale universitario di Heidelberg, in Germania, il quale ha rilevato che i pazienti infettati dal Covid-19 con livelli di selenio “inferiori” avevano un rischio di morte più elevato. Lo Heilongjiang, una provincia cinese nel nord-est del Paese, ha fatto registrare il livello di selenio più basso della Cina ma anche il più alto tasso di mortalità, il 2,6%, ovvero quattro volte la media delle altre province al di fuori dell’Hubei. La comunità scientifica, come ha sottolineato il South China Morning Post, è tuttavia molto cauta. Li Jianke, professore di scienze nutrizionali presso la Shaanxi Normal University,è stato emblematico: “Abbiamo bisogno di prove più solide. Finora, non ci sono dati da un esperimento controllato per dimostrare che il collegamento esiste davvero”.

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