La situazione Covid torna a precipitare ovunque. Stati Uniti nel caos alla vigilia delle elezioni, il dramma sanitario dell’India, contagi galoppanti in Francia e Gran Bretagna. Che questa sia già la seconda ondata restano pochi dubbi, il nodo da sciogliere è invece su come affrontarla e se le prime ricette abbiano funzionato o meno. Il modello australiano, che aveva già dato dei risultati ottimi allo scoppio dell’epidemia, potrebbe offrire un’ottima risposta alla seconda ondata, almeno in Europa.

Le ricette della prima ondata

Il governo australiano aveva cercato di stroncare l’epidemia sul nascere già a febbraio, chiudendo i confini nei confronti dei Paesi a rischio, per poi optare per una chiusura totale a fine marzo. Distanziamento sociale, divieto di assembramenti e nuove norme igieniche avevano fatto da preambolo ad un lockdown severo che aveva raggiunto quel “flat” di curva che il resto del mondo anelava. Al rallentare delle restrizioni qualcosa, però, non ha funzionato. A far risalire i contagi numerose e gravi violazioni dei protocolli di quarantena, sia da parte dei cittadini in entrata nel Paese ma anche da parte degli addetti alla sicurezza.

Nonostante questa defaillance, il modello australiano sembra ancora essere vincente. Laboratorio di queste misure stop and go, lo stato di Victoria: quando il suo premier Daniel Andrews ha dichiarato il nuovo lockdown, alcuni detrattori lo hanno etichettato come un dittatore reo di stare costruendo “un gulag”. Eppure, i suoi cittadini continuano a sostenere la sua linea intransigente e la prossima settimana Melbourne inizierà a revocare alcune restrizioni se i nuovi casi resteranno al di sotto di una media quindicinale di 50 al giorno.

Un modello che funziona

Il modello Andrews ha ricevuto numerose critiche anche dal governo centrale, ma mostra che la pratica dei lockdown ripetuti e mirati può funzionare. A questo si aggiunge la corsa tecnologica che passa per il potenziamento del tracciamento dei contagi e test di massa. La commistione di questi elementi sta permettendo, anche se a più riprese, di alleviare la pressione sul sistema sanitario e controllare contagi e infezioni. Una sorta di braccio di ferro a più riprese fino alla vittoria finale. Del resto, l’opzione australiana conferma la bontà del metodo cinese dei “blocchi di ferro” come quello di Wuhan: nel Paese del Dragone, infatti, sono state affrontate quattro ondate, una principale a Wuhan, e le altre su base regionale. Qui, ovunque, il modello del blocco totale ha funzionato e la Cina si sta avviando a passo svelto verso una ritrovata normalità.

Se il metodo cinese aveva riscosso numerose critiche per via della sua difficile applicazione in Stati non autoritari, il caso australiano ne conferma la sua efficacia altrove: domenica scorsa, il New South Wales, che include Sydney, ha segnalato solo quattro nuovi casi, mentre lo stato del Queensland ne ha segnalato solo uno. Anche la vicina Nuova Zelanda, che ha iniziato a smussare i regolamenti di distanziamento sociale dopo che i casi quotidiani sono scesi a zero, ha raccolto i risultati positivi dei blocchi, consentendo al Paese di tornare alla normalità relativa molto più velocemente delle nazioni che non hanno adottato tali misure.

I numeri

Ma diamo un’occhiata ai risultati concreti del sistema australiano di lotta al Covid-19. Il Paese possiede uno dei tassi più bassi di positività rispetto ai tamponi eseguiti (0,1%), quasi 27mila casi dall’inizio della pandemia e poco più che 800 decessi. Nonostante queste statistiche lusinghiere, aree come il Victoria non si sono adagiate sugli allori e hanno continuato con sempre maggiori inasprimenti delle misure di contenimento dell’epidemia: niente possibilità di riunioni, vietati gli assembramenti, coprifuoco a partire dalle 9 di sera, due ore di esercizio fisico al giorno concesse (a partire dal 13 settembre) da svolgere all’aperto e nel raggio di 5 km dalla propria abitazione, smart working, scuole e università chiuse. Al netto della faida tra sostenitori ed esausti, i soli 30 casi di domenica scorsa sono un risultato sorprendente e solido.

Il governo australiano si sta distinguendo anche per misure straordinarie a tutela dei popoli indigeni. Ovunque nel Pianeta queste minoranze risultano maggiormente a rischio e stanno pagando un prezzo molto alto in termini di contagi e vittime. Dagli inizi di agosto lo stato del Territorio del Nord è stato dichiarato chiuso per 18 mesi dal governatore Michael Gunner. Questa fetta d’Australia aveva già vietato l’ingresso dalle zone focolaio (Sidney e Stato di Victoria): nonostante qui sia siano registrati pochissimi casi e nessun decesso, le misure si sono rese necessarie per tutelare la popolazione aborigena che rischia di essere sterminata.

Il travel ban: il dettaglio che fa la differenza?

Fortemente contestato da viaggiatori, cittadini stranieri e detrattori delle misure di contenimento, il travel ban australiano sembra essere il fiore all’occhiello nella lotta al Covid. Il Dipartimento della Salute stabilisce, infatti, che i confini dell’Australia sono chiusi. Solo i cittadini australiani, i residenti e i familiari stretti possono viaggiare verso il Paese. Dal 27 marzo 2020, nessuna nave da crociera battente bandiera straniera può entrare nelle acque australiane (con eccezioni limitate): il divieto è in vigore fino al 17 dicembre 2020 e potrebbe essere prorogato. Tutti coloro che arrivano in Australia sono sottoposti ad una quarantena di 14 giorni e potrebbero dover rispettare altre restrizioni di viaggio statali e territoriali, a seconda del quadro epidemico regionale. Uscire dal Paese è invece generalmente vietato, con rarissime eccezioni.

Il blocco dei confini, che sta certamente provocando una serie di disagi per lavoratori non residenti, studenti, aziende e lavoratori stagionali, sembra essere la misura selettiva che sta funzionando meglio. Al netto degli incresciosi casi che hanno portato ad una recrudescenza dei contagi, il blocco dei flussi in entrata ed uscita sembra aver contribuito ad aver evitato il peggio in un Paese che è meta di turisti e lavoratori  da tutto il mondo. Una misura che invece molti Paesi, con l’estate in arrivo, non hanno preso minimamente in considerazione e che oggi stanno pagando un prezzo altissimo.

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