Gli unici grandi sconfitti dell’intesa sui vaccini stipulata tra Pfizer e l’Unione europea sono i cittadini del Vecchio Continente. Chi si aspettava di uscire dal tunnel del Covid nel giro di pochi mesi, grazie all’arrivo di una pioggia di dosi magiche, dovrà presto ricredersi. E dovrà farlo al più presto, non tanto perché gli antidoti contro il coronavirus non funzionano o perché il Sars-CoV-2 è mutato in una qualche forma sconosciuta, quanto a causa dell’infelice accordo stipulato tra l’Europa e le case farmaceutiche produttrici del famigerato siero.

Tralasciando il misero fallimento rappresentato dal sistema delle quote allestito da Bruxelles – che, nelle intenzioni delle istituzioni europee, avrebbe dovuto facilitare la suddivisione degli stock del vaccino tra i Paesi membri in proporzione al numero dei loro abitanti – sono emerse altre criticità, e per giunta ben più gravi. Ci riferiamo, in particolare, al contenuto delle carte secretate firmate dall’Ue e le aziende farmaceutiche fornitrici del prezioso vaccino. Quel che emerge lascia basiti e perplessi. Esperti, leader politici e commentatori vari confidavano in un contratto lampo, da stringere facilmente con Pfizer e affini e capace di garantire mutui benefici a tutte le parti in causa. Qualcosa è evidentemente andato storto.

Un’intesa deludente

Nello scenario ideale, l’Europa avrebbe ricoperto un ruolo rilevante, centrando l’intesa del secolo con i salvatori del mondo (leggi: i produttori del vaccino). Grazie a una simile efficienza, Bruxelles sarebbe riuscita in un colpo solo a ripulire la sua immagine, messa in discussione da euroscettici di ogni tipo, e fungere da distributrice di vaccini per ciascun Paese membro. I governi dell’Ue sarebbero invece riusciti ad attivare le loro campagne di vaccinazione, i cittadini avrebbero finalmente ricevuto i vaccini per difendersi dal Covid e, dulcis in fundo, le case farmaceutiche avrebbero ottenuto montagne di denari.

In realtà, la situazione è completamente diversa. Il motivo è da ricercare nel contratto stipulato dall’Europa e Pfizer (e quindi anche con le altre case farmaceutiche). In estrema sintesi, le multinazionali possono dormire sogni tranquilli, mentre i Paesi membri rischiano di ritrovarsi a secco di dosi e con l’acqua alla gola. In caso di inadempienze, infatti, non esisterebbero penali che scatterebbero in maniera automatica. Nello specifico, i recenti ritardi nelle consegne dei vaccini comunicati da Pfizer alla Commissione, non potrebbero in alcun modo essere puniti da interventi giuridici. Insomma, altro che accordo vantaggioso: la sensazione è che Bruxelles, più o meno consapevolmente, abbia preso un granchio enorme.

Le colpe dell’Europa

È tutto scritto nero su bianco nell’accordo Eu-Pfizer, del quale bisogna evidenziare un punto fondamentale: quello relativo a consegne, ritardi e penali. Stando a quanto riferito dal Corsera, i contratti prevedono allocazioni di dosi su base trimestrale, anche se le consegne vengono effettuate settimanalmente. Attenzione però, perché le suddette penali scattano soltanto sulle forniture trimestrali. Questo significa che Pfizer e le altre case farmaceutiche possono anche ritardare le loro consegne di qualche settimana. L’importante è che le aziende, nell’arco del trimestre, centrino gli obiettivi prefissati. Altro che diffide e azioni legali minacciate dall’Italia: fino al prossimo 31 marzo non potranno scattare contestazioni di sorta.

E se, al termine del trimestre, dovessero esserci gli estremi per sanzionare Pfizer? In tal caso, qualcosa potrebbe essere fatto. Il contratto parla di una penale pari al 20% del valore delle dosi non consegnate, incrementabile in base ai giorni di ritardo. Solo che le penali rappresentano l’ultima ratio. Prima della stangata, è prevista la possibilità di esplorare altre strade, tra cui il diritto al rimborso, la cessazione del contratto e, alla fine, l’applicazione della penale. In virtù di quanto detto, le aziende hanno la totale libertà d’azione. Potrebbero anche scegliere di pagare la penale, rompere l’accordo con un soggetto e fiondarsi su un’ipotetica nuova occasione contrattuale molto più allettante. A quel punto, ai Paesi membri non resterebbe che ringraziare Bruxelles. Una domanda sorge spontanea: per quale motivo l’Europa, già finita nel mirino dell’Ungheria, ha accettato di firmare un accordo del genere?

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