Da un pipistrello a un mammifero ancora sconosciuto, il cosiddetto ospite intermedio, e da lì all’essere umano. Mancano ancora dei tasselli fondamentali per poter completare il puzzle, ma la cornice sembra ormai pronta. A oltre un anno dal primo contagio accertato di Covid-19, è sempre più probabile che il Sars-CoV-2 possa essere scaturito da una zoonosi. Più che una scoperta, potremmo chiamarla conferma. Una conferma arricchita di interessanti particolari.

Il salto di specie, come viene chiamato in gergo, era una delle primissime ipotesi messe sul tavolo dagli esperti per spiegare le origini del coronavirus. Adesso, anche alla luce di quanto dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) al termine della sua missione in Cina, questa teoria è sempre più accreditata dagli scienziati di tutto il mondo. Se in un primo momento c’era chi ipotizzava un’eventuale fuoriuscita del virus dal Wuhan Institute of Virology, forse in seguito a un incidente o a un errore umano, la recente conferenza stampa dell’Oms ha fugato ogni dubbio.

“Improbabile che qualcosa possa sfuggire da un posto simile”, ha dichiarato Peter Ben Embarek, esperto danese di sicurezza alimentare che ha parlato a nome della delegazione Oms spedita a Wuhan per fare luce su quanto accaduto. Certo, in una struttura del genere possono sempre avvenire incidenti non previsti, ma sono estremamente rari e niente di simile risulta essere avvenuto in tempi recenti. Diverso è il discorso relativo alla zoonosi, sempre più accreditato da una recente scoperta scientifica.

Pipistrelli e coronavirus

Che i pipistrelli fossero veri e propri serbatoi di virus, non era affatto una novità. Che alcune specie contenessero nel loro sangue dei coronavirus simili, in tutto e per tutto, al Sars-CoV-2, neppure. Ma che il numero di questi mammiferi, pieni di agenti patogeni pronti ad attaccare l’uomo, fosse molto più alto di quanto non si immaginasse in un primo momento, questo nessuno se lo sarebbe mai aspettato.

I cacciatori di virus sanno benissimo che alcune regioni del pianeta sono abitate da animali selvatici stracolmi di virus. E sono pure a conoscenza del rischio intrinseco di eventuali spillover nocivi per gli esseri umani. I timori sono diventati ancora più grandi in seguito all’ultima scoperta realizzata da un team di ricercatori guidato da Lin-Fa Wang dell’Università di Singapore. Cinque pipistrelli provenienti dalla Thailandia orientale contenevano nel loro sangue un coronavirus strettissimo parente del Sars-CoV-2.

Il RacCS203, questo il nome del patogeno, al momento non contagioso per l’uomo, ha una sequenza genetica uguale al 91,5% a quella presente nel coronavirus che ha messo in ginocchio il pianeta. Nel recente passato, gli scienziati erano venuti a conoscenza di altri parenti stretti del nuovo coronavirus, tra cui l’RmYN02, geneticamente simile al 93,6%. L’aspetto interessante è che il RacCS203 è correlato all’RmYN02, e che quest’ultimo è stato rinvenuto nel sangue del Rhinolophus malayanys, una specie di pipistrello diffusa nella provincia meridionale cinese dello Yunnan.

Salti e mutazioni

In base alle ultime scoperte, ci sarebbero dunque moltissimi virus potenzialmente in grado di passare dai pipistrelli a un ospite intermedio, e quindi di attaccare gli esseri umani. L’ombra minacciosa di nuove pandemie aleggia sul prossimo futuro, ma offusca anche il presente. Non solo. In base a quanto scritto dai ricercatori nel paper Evidence for SARS-CoV-2 related coronaviruses circulating in bats and pangolins in Southeast Asia, pubblicato su Nature Communications, ci sarebbero due evidenze piuttosto chiare riguardanti le origini del Covid-19: 1) l’area più critica riguarda tutto il Sud-est asiatico, dove vivono tantissime specie di pipistrelli portatrici di virus; 2) l’origine naturale del Sars-CoV-2 è al momento l’ipotesi più certa.

Ma da dove viene il virus? Qui la faccenda si complica, perché i cinque pipistrelli che contenevano il patogeno simile al nuovo coronavirus sono sì stati rintracciati in Thailandia, ma la loro specie vive in una regione che si estende per circa 3mila miglia, dalla Cina meridionale al Giappone. In attesa di ulteriori evidenze scientifiche, è possibile unire un paio di punti per fornire una probabile narrazione dei fatti.

L’eccessiva promiscuità – continuata nel tempo – tra una specie particolare di pipistrelli e un ospite intermedio (un pangolino?) ha provocato un primo salto di specie e chissà quante mutazioni intermedie. In un secondo momento, visto che che l’ospite intermedio potrebbe essere un animale capace di entrare comunemente a contatto con l’uomo, il Sars-CoV-2 potrebbe aver trovato l’occasione giusta per dare il via alla zoonosi finale. Per capire il luogo esatto in cui è avvenuta la genesi del Covid, bisogna insomma guardare al Sud-est asiatico.

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