La salute o la privacy? A condizioni normali una non dovrebbe escludere l’altra. Eppure, al tempo del coronavirus, il rischio è proprio quello di dover scegliere quale dei due diritti conservare e quale gettare dalla torre. Nella nuova normalità evocata dai governanti è molto probabile che ai cittadini verrà chiesto di sacrificare la loro privacy in nome del mantenimento della salute pubblica.

Il gioco vale la candela? Qui si apre uno spinoso dibattito filosofico, tra considerazioni morali, etiche e scientifiche. Bloomberg ha provato a riassumere l’imminente futuro in un articolo intitolato dal titolo emblematico: ”The Price of Covid Freedom May Be Eternal Spying”. Tradotto: il prezzo da pagare per avere una vita libera dal Covid-19 potrebbe essere lo spionaggio eterno.

Lo scenario utopico è facile da immaginare. Quando i dati personali dei cittadini finiranno nelle app di tracciamento, ormai considerate graal fondamentali per scongiurare nuovi contagi, il più è fatto. Adesso l’utilizzo delle informazioni inerenti a quelle persone, prosegue l’articolo di Andy Mukherjee, si potrebbe estendere ben oltre al semplice mantenimento della salute pubblica. Detto altrimenti: i nostri cellulari ”ci terranno al sicuro spiandoci” costantemente con la scusa di salvarci dalla minaccia del coronavirus.

Perdere la privacy

Una volta che i lockdown saranno allentati, gran parte della nostra vita pre-coronavirus potrà essere recuperata senza troppi sacrifici. Certo, per un po’ cambierà il nostro modo di spostarci (tra mascherine, guanti e gel disinfettanti), di lavorare, di viaggiare e perfino di interagire con gli altri. Il distanziamento sociale diventerà un obbligo consolidato mentre i grandi eventi pubblici e privati saranno vietati fino a quando la comunità scientifica non metterà una museruola al virus.

La sottomissione degli individui ai big data avrà almeno due importanti conseguenze: la prima nel rapporto tra i cittadini e i governi, la seconda tra i consumatori e le imprese. Non è da escludere che qualche governo possa scegliere di utilizzare l’enorme quantità di dati raccolti in piena emergenza per incrementare il proprio potere sulla popolazione. Così come non è da escludere l’utilizzo da parte delle grandi aziende dell’enorme banca dati – incrementata con l’e-commerce nelle settimane di lockdown – in nome del profitto.

I media hanno elogiato democrazie come Corea del Sud e Taiwan, ma hanno dimenticato di sottolineare un particolare non da poco. L’uso di questi sofisticati software di tracciamento è situato per lo più in Asia orientale dove, per motivi culturali, uno spirito collettivista può incoraggiare un abbraccio civico e un rispetto più consapevoli nei confronti dell’operato del governo. Lo stesso potrebbe non accadere in Occidente, dove l’individuo prevale sulla società.

L’utilizzo dei dati

In un secondo momento, quando la curva epidemiologica sarà sotto controllo, i governi avranno un nuovo compito: ristabilire la fiducia nelle persone che riprenderanno a far girare il motore economico delle rispettive nazioni. Con la scusa di evitare un nuovo focolaio, gli Stati vorranno accedere agli smartphone – prosegue Bloomberg – ”con o senza consenso informato”. A quel punto potrebbe essere troppo tardi perché sarà impossibile tornare indietro.

In teoria i dati raccolti dalle autorità dovrebbero essere conservati per un tempo limitati e usati solo per motivi sanitari. Eppure c’è sempre il solito rischio: l’ombra della pandemia può cambiare le carte in tavola. A questo proposito le leggi europee sulla protezione dei dati proveranno a garantire che la raccolta e il trattamento delle informazioni personali sia condotto con responsabilità e per una durata di tempo limitata. Anche se, come la commissione per i diritti umani del parlamento britannico, c’è chi non ne è pienamente convinto.

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