Con l’arrivo della seconda ondata della pandemia di coronavirus, sono sempre di più i Paesi che hanno scelto, come nella scorsa primavera, di attuare delle misure volte al contenimento degli spostamenti e dei contatti tra la popolazione. Partendo dalle politiche di disincentivo messe in campo in Italia e soltanto rafforzate fino a questo momento da alcuni governatori regionali (come nel caso della Lombardia, del Piemonte e della Campania), passando per i coprifuoco notturni della Slovenia e della Francia arrivando sino al nuovo lockdown della Repubblica d’Irlanda, l’Unione europea ha di nuovo scelto la strategia della fuga rispetto a quello della lotta.

Sia chiaro, allo stato attuale nessuno dei Paesi d’Europa (tolta, ma soltanto in parte, la Germania) ha a disposizione un idoneo sistema sanitario volto a contenere le declinazioni peggiori della pandemia. E sebbene questa volta non sia il nostro Paese ad essere maglia nera d’Europa quanto più la Spagna e la Francia, il risultato alla fine non si trova così distante dalle più grigie stime effettuate sul finire della scorsa primavera. L’Europa ancora una volta si è trovata ad affrontare un nemico molto potente (che, purtroppo, conosceva) senza attenderlo con le giuste armi per combatterlo.

La carenza principale, sotto questo punto di vista, è però proprio attribuibile non soltanto all’Unione europea quanto più ai singoli governi nazionali, che hanno concentrato la loro attenzione sulle questioni secondarie “dimenticandosi” dei particolari più importanti: gli ospedali. Sebbene infatti la capienza aggregata degli ospedali europei sia cresciuta rispetto allo scorso anno, i numeri raggiunti non sono ancora sufficienti per far fronte ai numeri che, peraltro, abbiamo già vissuto. E questa tendenza recidiva a non considerare abbastanza importanti le strutture sanitarie rischia di essere la ghigliottina definitiva per le nostre speranze circa una rapida uscita dalla crisi – economica, sociale e sanitaria – creata dalla pandemia di coronavirus.

Se chiedeste ad un virologo come combattere il Covid-19, probabilmente vi dirà di non uscire di casa. Se al tempo stesso chiedeste ad un economista come combattere la crisi economica generata dalla pandemia, vi dirà di comportarvi con prudenza, per evitare che le “paure” dei virologi possano indurre il governo a creare nuove limitazioni. Ma se chiedeste a un genio civile (ma forse, sono proprio loro ad essere mancati nell’ultimo anno) probabilmente vi dirà di potenziare le strutture di base, perché é soltanto un apparato efficiente che può rivelarsi in grado di sorreggere un sistema sotto stress.

Con un solido sistema ospedaliero, una filiera dei trasporti in grado di non provocare assembramenti e con un sistema di prevenzione efficiente gestire la pandemia sarebbe stato sicuramente più semplice. Ma se la scorsa primavera ci poteva essere la scusante dell’ “evento secolare”, questa volta gli spazi per il perdono sono finiti: tutti sapevamo, bene o male, a cosa saremo andati incontro. Proprio da ciò, infatti, nasce il vero perno del problema, che con le misure restrittive e con il tentativo di colpevolizzare determinate fasce e categorie sociali (come i giovani) si è lungamente cercato di nascondere. E questo non è avvenuto soltanto in Italia.

Le misure di lockdown che stanno venendo in questo momento piano piano reintrodotte evidenziano infatti il fallimento di fondo dell’Europa, che ancora una volta ha deciso di agire “di rincorsa” e non in modo preventivo – come sarebbe stato, invece, se si fosse deciso per esempio di aumentare le capienze ospedaliere. E il risultato, purtroppo, non potrà che essere – salvo miracoli – troppo differente da quello che abbiamo già vissuto. È una storia già scritta, che basterebbe essere in grado di leggere e di interpretare. Perché affidarsi al lockdown, soprattutto per una seconda volta, non è che un sinonimo dell’aver fallito nell’organizzazione della società nei confronti di un pericolo esterno che è divenuto ingestibile.

Tutto questo, almeno, se l’intenzione fosse quella di salvaguardare seriamente la salute della popolazione e dell’economia europeo, invece che la propria faccia quando si occupa una poltrona istituzionale.

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