“La nuova moda è terrorizzare con la variante”. È un tweet scritto pochi giorni fa dal virologo Roberto Burioni, emblematica del clima che si sta respirando in Italia. Ogni virus, più circola e più incorre in mutazioni e varianti. Accade così da sempre, per tutti gli agenti patogeni, e quindi la lezione vale anche per il Sars-CoV-2. Dalla scorsa primavera, chissà quante trasformazioni hanno accompagnato la diffusione del coronavirus. Soltanto gli addetti ai lavori erano tuttavia impegnati a monitorare la situazione, visto che quelle impercettibili differenze genetiche non creavano pericoli di alcun tipo.

La narrazione è cambiata più o meno intorno a Natale, quando i media hanno iniziato a prestare attenzione alla cosiddetta variante inglese. Una variante più contagiosa rispetto alla versione tradizionale del virus e – ipotizzavano alcuni in un primo momento, senza prove – più letale e magari pure resistente ai vaccini. Il tam tam mediatico ha trasformato il fenomeno delle mutazioni virali in qualcosa di inedito e demoniaco. In poche settimane, il dibattito si è articolato attorno al concetto di varianti. Sono più pericolose? Resistono ai sieri?

Paesi e mutazioni

Tralasciando le varianti più recenti, le mutazioni più diffuse sono tre: la variante inglese, la variante brasiliana e la variante sudafricana. L’aggettivo che le contraddistingue nasce dal luogo di origine in cui sono state rilevate per la prima volta e dal quale si sono diffuse. Prendiamo in esame proprio questi Paesi per cercare di capire qual è stato l’impatto avuto dalle suddette varianti sui vari sistemi sanitari nazionali.

Partiamo con la variante inglese. Pare che tutto sia partito dal Kent, regione situata nel sud dell’Inghilterra. Qui, come abbiamo ricostruito su InsideOver, dal 5 ottobre al 13 dicembre scorsi, i casi di Covid hanno subito un’improvvisa impennata. Se diamo uno sguardo ai dati di quel periodo, notiamo un grave rialzo della curva. Il 10 settembre si contavano 2.919 casi, presto saliti a 23.012 il 24 ottobre. Londra ha quindi attuato un secondo lockdown, replicato agli inizi di gennaio, in concomitanza con una nuova impennata di contagi.

Uk, Sud Africa e Brasile

In merito a quanto accaduto nel Regno Unito, si possono fare due considerazioni. La prima: riguardo al numero di morti, la famigerata variante inglese non ha provocato alterazioni degne di nota nel periodo intercorso tra novembre e la fine di dicembre, quando i decessi si aggiravano intorno ai 500-600 al giorno (meno dei quasi 700-800 di marzo). A gennaio, invece, abbiamo assistito a un aumento di vittime, con punte di oltre 1.200 morti quotidiani. Colpa della variante inglese? La comunità scientifica non ha ancora gli elementi per dare una risposta certa.

Alcuni studi suggeriscono che la mutazione in questione possa comportare una forma più grave della malattia, ma serviranno ulteriori studi per capirne qualcosa in più. Un discorso analogo a quello fatto per Londra, può essere fatto per il Sud Africa, alle prese con la variante sudafricana. Discorso diverso, invece, per il Brasile. La variante brasiliana non sembrerebbe aver alterato più di tanto i contagi e i decessi, pur ricordando che da queste parti la gestione della pandemia risulta essere un po’ blanda. Giusto per fare un esempio, il 4 giugno si contavano 1.492, il 23 gennaio 1.176.

Insomma, nonostante ci sia chi ha già iniziato a terrorizzare con le varianti, i dati preliminari hanno dimostrato ben poche certezze. Non sono disponibili evidenze scientifiche su una peggiore gravità della malattia, né sull’efficacia del vaccino. Sappiamo soltanto che queste mutazioni sono più contagiose. Quanto basta per mantenere alta la guardia, non per gettare il mondo nuovamente nel panico.

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