Le Olimpiadi di Tokyo vedono, una volta di più, in cima al medagliere complessivo Cina e Stati Uniti. Per la quinta Olimpiade consecutiva le due superpotenze saranno le uniche nazioni presente con continuità sul podio del medagliere complessivo. Pechino è avanti, in dirittura d’arrivo dei Giochi, nel computo degli ori, ben oltre il bottino di 26 conquistati a Rio de Janeiro 2016; Washington, invece, primeggia nelle medaglie complessive, ma complice alcune delusioni (atletica leggera in testa) è stata staccata dalla rivale.

La Cina nuova superpotenza olimpica

Il medagliere olimpico non è formalmente riconosciuto dal Comitato olimpico internazionale come una sorta di equivalente del campionato costruttori della Formula 1. Non esiste formalmente un Paese vincitore dei Giochi, esistono atleti e squadre laureati come campioni olimpici o premiati con gli argenti e i bronzi. Ma a livello mediatico, comunicativo, politico ogni risultato olimpico di un Paese assume una valenza ben più ampia. Il trend complessivo è una sfida a tutto campo in cui è necessario primeggiare. Vale oggi come in passato: la sfida Cina-Usa, attualmente, è la riproposizione del duello tra Washington e l’Unione Sovietica (ma bisognerebbe estendere il paragone all’intero blocco socialista) dell’era della Guerra Fredda.

Non è un caso che l’Occidente scoprì la forza dell’ascesa cinese in quel 2008 olimpico in cui Pechino presentò i frutti del suo sviluppo economico, infrastrutturale, tecnologico, sociale. Mostrando i muscoli come grande potenza non solo industriale e commerciale, ma anche sportiva. Trainata da ginnastica (11 ori), tuffi (7 ori), lotta e tiro (5 ori a testa) la Cina toccò quota 48 medaglie d’oro, diventando per la prima volta la capofila della classifica. Per quindici volte gli Usa avevano occupato questa posizione, per sette volte l’Unione Sovietica (e nel 1992 la Squadra Unificata della Comunità degli Stati Indipendenti) aveva fatto altrettanto, mentre una volta a testa vi erano riuscite Francia (1900), Regno Unito (1908) e Germania (1936).

Il valore politico del medagliere

Primeggiare nel medagliere olimpico implica una vittoria propagandistica e d’immagine per la nazione che ottiene questo risultato. Lo sapeva bene Adolf Hitler quando la Germania nazista organizzò il progetto sportivo nazionale (e forzò apertamente inviti e gestione delle gare) per centrare l’obiettivo di primeggiare nel medagliere ai Giochi di Berlino del 1936, vinti con 33 ori. Ne erano ben consci i governi di Stati Uniti e Unione Sovietica, che nei decenni della Guerra Fredda portarono avanti sul fronte sportivo quanto replicato in campo propagandistico nella corsa allo spazio.

Scatenando una vera e propria corsa alle armi che vide coinvolti anche i Paesi del campo socialista, tra cui si scatenò una vera e propria sfida per costruire squadre atletiche (ricorrendo, in alcuni casi, al doping di Stato) in grado di collezionare medaglie in serie. Per ben due volte la Germania Est ad esempio sopravanzò gli Stati Uniti: a Montreal 1976 e a Seul 1988 fu seconda nel medagliere dietro l’Unione Sovietica, e analogo risultato fu ottenuto nei giochi di Mosca boicottati da Washington nel 1980: il regime di Berlino Est celebrò questi risultati come esempio della superiorità del modello nazionale rispetto a quello dei tedeschi dell’Ovest.

Ora il duello Cina-Usa segna inevitabilmente i Giochi. La Cina si è classificata terza nel 2000 e nel 2016 nel medagliere, seconda dietro agli Usa nel 2004 e nel 2012, prima nel 2008. E la valenza politica di un risultato che va a premiare investimenti e programmazione non può che essere simboleggiata, nel contesto di questi Giochi, dalle immagini che ritraggono le due atlete del Team che aveva vinto la gara di sprint a squadre donne del ciclismo su pista, Bao Shanju e Zhong Tianshi, salire sul podio con la spilla di Mao Zedong sulla tuta dopo la finale con la Germania nella giornata del 3 agosto scorso.

Negli Stati Uniti la sfida è presa seriamente, tanto che dalla Cnn al New York Times nelle loro analisi le principali testate si premurano sempre di ricordare quanto gli Usa stiano primeggiando nel computo delle medaglie complessive, divenute statistica diffusa dopo il sorpasso cinese del 2008.

La strategia britannica

Ma negli ultimi 25 anni anche il Regno Unito ha mirato a costruire una politica sportiva diretta a ottimizzare la posizione di Londra nel medagliere. Il 1996 segnò infatti il punto più basso della storia sportiva d’Oltremanica: le Olimpiadi di Atlanta videro i 300 atleti britannici raccogliere soltanto 15 medaglie. Un fiasco ritenuto clamoroso dato che solo il canottaggio garantì la gioia piena dell’oro al Regno Unito, grazie al successo nel due senza dell’armo guidato da Steve Redgrave, cui si aggiunse un magro bottino di 8 argenti e 6 bronzi. John Major, capo del governo, fu allora favorevole a una strategia nazionale che, come quella esplicitata dalle politiche sportive della Cina di oggi, mirava apertamente a massimizzare la posizione di Londra nel medagliere dei Giochi estivi.

Destinando allo sport parte del 28% del denaro incassato dalla Camelot Group, la società incaricata di gestire la National Lottery, devoluto alle cosiddette “buone cause”, Londra ha generato un flusso di 60 milioni di sterline di investimenti per sviluppare piscine, impianti d’atletica, velodromi e altre strutture e per rafforzare il movimento di diversi sport. Il risultato è stato notevole: ai giochi casalinghi di Londra 2012 la delegazione britannica conquistò 65 medaglie (29 ori, 17 argenti e 19 bronzi), riportando la Union Jack sul podio finale delle Olimpiadi 92 anni dopo l’ultima volta, alle Olimpiadi di Anversa 1920, e nel 2016 si è addirittura concretizzato un sorpasso sulla Cina per ori (27 contro 26). Poche settimane dopo il referendum sulla Brexit, un messaggio ritenuto benaugurante dai fautori della Global Britain e della competitività degli eredi dell’impero. Pronti a immaginarsi, come le grandi potenze, protagonisti nei Giochi. Un evento talmente rilevante sotto il profilo mediatico da non limitarsi a una serie di gare sportive.

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