Gli allevamenti su larga scala, l’agricoltura industriale del bestiame e, in generale, le pessime condizioni igieniche di molti animali, stipati in piccole gabbie all’interno di fattorie. Tutto questo contribuisce a formare quella che gli scienziati hanno definito “bomba patogena“. Una bomba sanitaria che, in poche parole, potrebbe esplodere da un momento all’altro e provocare nuovi disastri, dopo la peste suina africana e il Sars-CoV-2, solo per citare le ultime due epidemie (e pandemie) di origine animale degne di nota.

Non solo: oltre alla diffusione su larga scala di virus conosciuti, contesti simili sono ideali per favorire la cosiddetta zoonosi, cioè il salto di specie che consente agli agenti patogeni di passare da una specie all’altra approfittando di animali usati come ospiti intermedi. Niente di nuovo sotto il sole, visto che il dibattito era già decollato per i wet market cinesi.

Secondo quanto riferito dal South China Morning Post, gli esperti, oltre ai wildlife market e i citati wet market, hanno puntato il dito contro l’agricoltura industriale del bestiame. L’assunto base è che tali metodi sono terreni fertili per la produzione di massa di malattie sconosciute.

Non solo wet market

Ecco alcuni esempi. Tre anni prima che il Sars-CoV-2 iniziasse a mietere vittime a Wuhan, nel sud-est della Cina stava circolando un altro nuovo virus. Un virus fatale, certo, ma che all’epoca non ebbe un notevole risalto. Il perché è semplice: in quell’occasione morirono (ufficialmente, anche se le cifre reali potrebbero essere ben più corpose) 25mila maialini ma nessun essere umano. La stessa epidemia fu seguita, nel 2018, da un altro flagello, molto più ampio. La peste suina africana ha ucciso almeno 100 milioni di maiali nella sola Cina e spinto alle stelle il prezzo della carne preferita dal popolo cinese.

Molte nuove malattie provengono dall’Asia per più ragioni. Intanto in questo continente è comune l’usanza di servirsi nei citati wet market (dove le condizioni igieniche non sono delle migliori) e nei wildlife market (dove invece si vendono anche animali selvatici). Proprio un wet market (il Mercato ittico di Huanan, a Wuhan) potrebbe aver dato origine al Sars-CoV-2. È per questo che le autorità cinese hanno imposto un ulteriore divieto, ancora più stringente, sul commercio di animali selvatici per il consumo umano.

Un problema globale

Attenzione però, perché il problema alla base della diffusione di nuove malattie non riguarda solo i wet market, ma soprattutto non riguarda solo l’Asia. L’epidemiologo Dirk Pfeiffer ha spiegato che tutto ruota attorno alla domanda concorrenziale di alleviare bestiame per nutrire popolazioni sempre più in crescita. Ecco: l’espansione della produzione di carne, a certe condizioni, comporterebbe la nascita di rischi sanitari enormi. Detto altrimenti, la carne proveniente dal commercio di animali selvatici è solo la punta dell’iceberg.

“È un gioco di numeri – ha spiegato Pfeiffer sempre al South China Morning Post – più densa è la biomassa, maggiori sono le opportunità di diffusione di malattie infettive”. Scendendo nel dettaglio, il bestiame costituisce il 60% della biomassa; gli animali selvatici arrivano a malapena al 4%. La posizione degli esperti è chiara: il modo in cui il bestiame viene allevato nell’agricoltura su scala industriale distorce la biodiversità e, allo stesso tempo, crea una bomba patogena per potenziali epidemie.

Gli agenti patogeni possono entrare negli allevamenti in vari modi: attraverso i mangimi, con l’acqua contaminata da virus, per colpa degli escrementi dei pipistrelli o in seguito a un contatto ravvicinato con gli esseri umani. Una volta che la minaccia ha messo radici negli allevamenti, i virus possono diffondersi rapidamente e fare una strage. La carne che esce da queste aziende è molto economica. Ma i rischi sanitari che si nascondono dietro la sua produzione sono enormi.

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