Dopo 117 anni la scuola italiana di Asmara ha chiuso. Lo ha comunicato in via cautelare l’Ambasciata in Eritrea, lo scorso 31 agosto. La decisione ha seguito la revoca della licenza dell’istituto da parte delle autorità locali, avvenuta il 25 marzo, riguardo alla quale sono mancate spiegazioni. Asmara non avrebbe gradito la scelta unilaterale di Roma di sospendere le lezioni durante la pandemia, senza offrire alternative.

“Possono esserci stati fraintendimenti, tuttavia abbiamo chiesto di trovare un terreno di chiarimento che non si è materializzato”, ha dichiarato la Viceministra degli Esteri Marina Sereni.

Nei mesi scorsi la notizia ha sollevato indignazione unanime, dai sindacati della scuola ai missionari in Eritrea. Tutti hanno accusato il governo italiano dell’ennesimo (ed effettivo) fallimento in politica estera, che mina le relazioni storiche con il Paese africano. Ma Asmara potrebbe anche aver avuto intenzioni velate.

La scuola è la più grande tra quelle italiane all’estero, con circa 1200 studenti. Fondata nel 1903 per i figli dei coloni italiani, ha poi favorito l’emancipazione di generazioni di giovani eritrei, creando un legame culturale con il Mediterraneo. Dal 1993 l’Eritrea è governata dal dittatore Isaias Afewerki ed è un Paese molto chiuso.

Le diatribe sulla scuola sarebbero cominciate già qualche anno fa. La gestione dell’istituto è sancita da un accordo bilaterale del 2012, che l’Italia ha trascurato sin dall’inizio, non nominando i propri componenti della Commissione congiunta. Poi, le riforme dell’istruzione del 2017-2018 hanno tagliato i fondi per l’estero e favorito l’assunzione di insegnanti eritrei, riducendo la formazione italiana distintiva della scuola, aumentando così il malcontento di Asmara. Prima di decretare la chiusura, a nulla è servito l’intervento del Presidente Conte, che ha scritto ad Afewerki in merito alla licenza revocata, troppo tardi e senza ricevere risposta. Secondo Giuseppe Dentice, ricercatore associato dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), “la chiusura della scuola è un passo indietro importante. L’Italia deve interrogarsi su quale sia il suo ruolo dal Mediterraneo al Medio Oriente passando per il Corno d’Africa, altrimenti, come in questo caso, rischia di essere percepita come un attore passivo che agisce su impulsi esterni”.

Altri atti unilaterali di Asmara, come l’apposizione dei sigilli alle aule, però, fanno temere l’intenzione del governo eritreo di nazionalizzare l’istituto, sulla scia di quanto accaduto nel 2019 alle cliniche e alle scuole della Chiesa Cattolica. Secondo una legge del 1995, mai applicata fino ad allora, che prevede che le strutture sociali siano gestite dall’autorità pubblica, il regime di Afewerki aveva dato il via alle requisizioni. In questo contesto, Giuseppe Dentice fornisce un’analisi sulla vicenda della scuola italiana e sull’influenza di Roma nell’area.

Il caso della scuola italiana richiama quanto successo agli istituti cattolici?

“La tendenza del governo eritreo è quella dell’appropriazione. Già l’anno scorso, visti i problemi con gli istituti vaticani, c’erano state manifestazioni della popolazione, cosa inusuale in Eritrea, per ribadire la volontà di mantenere la scuola a carattere italiano ed evitarne il controllo dello stato. Asmara vi darebbe una propria identità: lingua e cultura araba e un indirizzo religioso in prevalenza musulmano. Speculando, il governo di Afewerki voleva pesare nella gestione della scuola da oltre un decennio. L’accordo del 2012 gli ha permesso di farlo”.

La chiusura dell’istituto gioca un ruolo nella rimozione storica del passato coloniale italiano in questa regione?

“Solo minimamente non ci aiuta a fare pace con le nostre responsabilità coloniali e rimane una questione a sé. Il rapporto dell’Italia con la sua storia coloniale è di rimozioni e riabilitazioni. Oltre alle vicende eritree, durante il fascismo e la Seconda guerra mondiale i crimini italiani in Libia ed Etiopia non vanno dimenticati. Se da un lato queste vicende sono state cancellate dal discorso politico e sociale, dall’altro ne rimane talvolta un’idea benevola e romanzata. Certa storiografia dagli anni ’60 in poi ne è un esempio. Si paga ancora oggi il prezzo della mancata (o incompleta) defascistizzazione delle istituzioni statali. Come l’Università, dove solo di recente si sta provando a cambiare la visione del trascorso italiano in Africa orientale”.

Poiché la presenza culturale italiana in questa regione ha lunga data, che peso ha avuto il “soft power” di Roma nella pace tra Eritrea ed Etiopia del 2018 e che rilevanza ha in generale nel Corno d’Africa?

“Più che dall’Italia, la pace è stata fortemente promossa dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. Non è casuale soprattutto il ruolo degli Emirati, che stanno costruendo porti e infrastrutture in Eritrea. Più importante dell’Italia è stato anche l’Egitto, che in funzione anti-etiopica ha supportato Asmara. L’Italia ha inserito il Corno d’Africa nella sua agenda solo a partire dal 2013, con l’iniziativa Italia-Africa, a cui è seguita, l’anno successivo, una missione nella regione da parte dell’allora Viceministro Lapo Pistelli. Da quel momento la presenza di Roma è cresciuta, ma limitatamente a questioni di carattere economico o di sicurezza. Ad esempio in Etiopia, con la costruzione di due importanti dighe da parte della Salini-Impregilo e gli investimenti dell’Enel. Poi con la presenza militare in Gibuti per il contrasto al terrorismo e all’immigrazione clandestina. Il ruolo italiano comincia ad avere rilievo dopo gli accordi di pace, in seguito alla visita del Presidente Conte a entrambe le parti, a ottobre 2018. Se l’Italia fa vanto della diplomazia culturale come pilastro della propria strategia internazionale, la chiusura della scuola di Asmara mette in dubbio le reali capacità di capitalizzare il ‘soft power’. Bisogna capire quanto quest’ultimo sia effettivamente un valore per portare avanti una diplomazia di tipo multidimensionale. ‘Poco’ rischia di essere la risposta”.

L’Italia ha creato l’Eritrea, ma quest’ultima ha un certo orientamento ideologico verso la Cina, data la formazione maoista di Afewerki presso il Paese asiatico. Se viene a mancare il ponte culturale con l’Italia, la Cina, già presente nella regione come partner economico, avrebbe più spazio di creane uno proprio?

“La Cina in Africa segue la precisa strategia di non mostrarsi come partner coloniale. Ma la sua presenza economica aggressiva è una forma di colonialismo moderno. Si aprono due possibili scenari. Secondo il primo, la Cina diventerebbe un partner anche culturale. Vi sono già realtà nel continente africano dove il governo di Pechino ha stipulato accordi di cooperazione culturale e linguistica. L’ultimo tra questi è stato siglato lo scorso 7 settembre con l’Egitto, dove si offrirà l’insegnamento del cinese tra le lingue straniere opzionali a partire dalle scuole primarie. È un’azione importante. La seconda riflessione vedrebbe invece la nazionalizzazione della scuola italiana in funzione araba. Non mi stupirei se l’orientamento culturale eritreo subisse, nell’arco di 5-10 anni, una certa influenza derivante dal ruolo delle monarchie del Golfo, sempre più presenti nel Corno d’Africa, anche in seguito alla pace Eritrea-Etiopia. Gli Emirati, in particolare, hanno interesse a legare la propria strategia internazionale a quella cinese. Le infrastrutture che stanno costruendo nell’area ne sono un esempio: si dice che la ‘geopolitica dei porti’ di Abu Dhabi sia un connettore della Via della Seta cinese. In questo senso vi è una coincidenza di interessi tra questi attori stranieri, benché permanga una certa competizione tra gli stessi”.

Nazionalizzando l’istituto italiano, l’Eritrea si priverebbe di una formazione di qualità delle proprie classi dirigenti, utile anche agli scopi del regime. Perché potrebbe volerlo fare?

“In un contesto dittatoriale, una buona formazione potrebbe contribuire allo sviluppo di una coscienza civile che metta in discussione l’autorità centrale. Da un lato, nazionalizzando, si previene nel lungo termine qualsiasi forma di destabilizzazione del regime, dall’altro, si mette in discussione il ruolo della politica estera italiana nel Paese. Se si chiude la scuola viene meno il ruolo dell’Italia nella cooperazione culturale ma anche come partner ad altri livelli”.

Se la scuola esiste da tempo, perché il governo di Asmara se ne sarebbe preoccupato adesso?

“Gli attriti a riguardo erano cristallizzati fino all’arrivo del Covid. La pandemia potrebbe essere stata un momento conveniente per prendere decisioni che altrimenti il governo eritreo non avrebbe adottato, ovvero revocare la licenza. Gli errori italiani nella gestione della scuola sono evidenti, ma al netto di questi è ragionevole interrogarsi sulle motivazioni più profonde di Asmara. Vedremo che strada intraprenderà l’Eritrea, quanto si possa ‘mediorientalizzare’, quanto si possa invece legare alla Cina o ad altri attori come anche la Russia, che sta espandendo le proprie ambizioni nell’area”.

Lo scorso 20 settembre c’è stato l’avvicendamento dell’ambasciatore italiano in Eritrea. Vedremo intanto se un nuovo capomissione potrà rilanciare le relazioni bilaterali.

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