Le vacanze extra offerte dal governo cinese stanno per terminare. Lunedì, a meno di nuove decisioni, la Cina torna a lavorare. Dove possibile, cioè nelle provincie non in quarantena, decine di milioni di persone riprenderanno la propria routine quotidiana. Certo, le giornate non saranno più come prima, il rischio di essere infettati dal coronavirus diventerà il nuovo incubo popolare e le precauzioni raggiungeranno livelli mai visti.

Eppure, in mezzo a uno scenario quasi post apocalittico, il motore economico del Paese dovrebbe tornare a carburare. Usiamo il condizionale perché la situazione è paradossale: il Partito Comunista cinese non ha fin qui dato altre indicazioni, e dunque si resta con il “risveglio nazionale” fissato a lunedì 10 febbraio.

Le autorità devono scegliere il male minore tra due opzioni. La prima: Pechino sceglie di prolungare la quarantena auto imposta nel tentativo di debellare ulteriormente il virus 2019-n-Cov, rischiando tuttavia di danneggiare la programmazione economica. La seconda: si riparte subito, correndo altri rischi, non tanto economici quanto sanitari.

In quest’ultimo caso, infatti, una massa spropositata di cittadini riprenderà a spostarsi e a utilizzare i mezzi pubblici (se saranno completamente ripristinati). Insomma, le interazioni personali e le occasioni di contagio aumenteranno a dismisura e nessuno, purtroppo per il governo cinese, ha la certezza assoluta che tra gli impiegati di Shanghai pronti a tornare dietro le proprie scrivanie non ci possano essere cinesi infettati.

Tendenze e statistiche

Nel frattempo i dati ufficiali diffusi dalle autorità cinesi fanno segnare un nuovo record. L’ultimo bilancio dell’epidemia di coronavirus ha provocato 813 decessi, un numero che, a livello globale, ha già superato quello della Sars (774 morti a cavallo tra il 2002 e il 2003). In Cina al momento ci sono 33.738 persone contagiate, 6.188 delle quali versano in gravi condizioni; sono invece 28.942 i casi sospetti.

Interessante notare cosa sta accadendo nella provincia dello Hubei. Intanto è proprio qui che si concentra il maggior numero di casi conclamati e decessi, rispettivamente 27.100 e 780. Non poteva essere altrimenti visto che Wuhan, l’epicentro del contagio, è il capoluogo della provincia; nella megalopoli si contano 14.982 pazienti contagiati e 608 morti. I dati, come sempre avviene in questi casi, sono soggetti a repentini cambiamenti ma sono altrettanto utili per fotografare delle tendenze.

Nel nostro caso notiamo come il grosso dei contagi/decessi sia relegato nella provincia dello Hubei e che, in ogni caso, il tasso di mortalità del nuovo coronavirus (al netto dei dati diffusi dal governo cinese) resta piuttosto basso: il 2,87% nello Hubei e il 2,15% nel resto della Cina.

Una quotidianità diversa dal solito

Anche se le percentuali citate dovrebbero essere confortanti, in Cina si continuano a prendere le più rigorose precauzioni per limitare al minimo il contagio. Secondo quanto scritto dal New York Times, ad esempio, i residenti della contea di Fang, nello Hubei, possono sperare di ottenere premi in denaro nel caso in cui dovessero segnalare alle autorità di avere la febbre o, in alternativa, quella di qualcun altro. Gli “incentivi” per coloro che decidessero di ammettere di avere la febbre ammontano a 1.000 renminbi, cioè circa 143 dollari: una somma niente male per un residente medio dello Hubei.

Attenzione però, perché a Pechino, per esempio, tra le altre misure adottate, ne troviamo una del tutto sui generis. Una sorta di quarantena autoimposta che costringe tutti coloro che sono usciti dalla capitale in occasione del Capodanno cinese a lavorare da casa per 14 giorni una volta rientrati in città. In altre città cinesi, inoltre, ogni famiglia può far uscire dall’area residenziale in cui vivono un solo membro della famiglia, per una volta ogni due giorni.

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