Una sentenza storica della Corte costituzionale sudcoreana costringe Seoul a mettere in soffitta la legge del 1953 che vieta l’aborto. La Corea del Sud infatti è uno dei pochi paesi “sviluppati” al mondo a criminalizzare le donne che ricorrono all’interruzione di gravidanza, con pene che vanno dalle sanzioni pecuniarie fino all’incarcerazione, fatti salvi i casi di stupro, incesto o rischio per la loro salute. Allo stesso modo, anche i medici che eseguono la procedura lo fanno con la consapevolezza di poter finire in carcere.

Ora però, i giudici dell’organo di garanzia costituzionale hanno stabilito che la legge debba essere rivista entro la fine del 2020. La sentenza arriva in risposta alle rivendicazioni di una dottoressa perseguita penalmente per aver praticato quasi 70 aborti, sostenendo che il divieto metta non solo in pericolo le donne ma ne limiti i diritti civili. E secondo i sondaggi realizzati dai media il 58% dei cittadini sudcoreani la pensano allo stesso modo.

La Corea del Sud è tuttavia la patria di un gran numero di cristiani evangelici, molti dei quali sostengono la legittimità della legge che costringerebbe le donne a riflettere profondamente sulla decisione. Non a caso, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sono iniziati due filoni paralleli di protesta che incarnano entrambi i sentimenti opposti. In realtà fino al 2010 era relativamente semplice per le donne coreane ottenere un’interruzione di gravidanza, e anche se da allora l’applicazione della legge è stata intensificata, è tutt’ora possibile abortire in sicurezza.

Se prima del 2010 si registravano quasi 170mila aborti annuali in tutto il paese, una stima più recente che risale al 2017 parla di 50mila aborti praticati in Corea del Sud. Un calo dovuto non solo al divieto imposto dalla legge ma anche al miglioramento dei servizi e della diffusione dei contraccettivi, ampiamente disponibili, e ad una migliore comprensione del concetto di controllo delle nascite. Il paletto legislativo, in questo senso, viene giudicato inutile dai detrattori, visto che un’indagine riportata dall’agenzia di stampa Afp parla di una donna su cinque, tra quelle in gravidanza nel 2018, decisa a fare ricorso all’aborto. E solo l’1% tra queste rientrerebbe nelle esenzioni legali. Insomma, la pratica è formalmente illegale ma sostanzialmente alla portata di tutti.

Le stesse donne che interrompono la gravidanza raramente vengono perseguite, ma gli attivisti sostengono comunque che il divieto non solo metta a rischio la loro salute ma possa generare stigma sociale. Le adolescenti che restano incinte sarebbero infatti spesso costrette ad abbandonare gli studi o a trasferirsi in istituti remoti per evitare pressioni e pregiudizi. Le rivendicazioni si inseriscono nel dibattito sulla disuguaglianza di genere in Corea del Sud. E non è sorprendente: secondo il Forum economico mondiale il paese si classifica per l’uguaglianza di genere al 115esimo posto su 145, vicino a paesi come il Burkina Faso e lo Zambia, e molto al di sotto di un altro di stampo notoriamente patriarcale come il Giappone.

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