La pandemia in corso ha insegnato che un lockdown precoce ed efficace può salvare molte vite e contenere la diffusione del Covid-19. I Paesi che hanno agito tardi hanno pagato un duro prezzo in termini di casi totali registrati e di morti. Ci sono, però, alcune eccezioni e questo è il caso del Perù. Qui il lockdown è stato imposto precocemente, il 16 marzo ed altrettanto precocemente sono stati chiusi i confini nazionali e vietati gli spostamenti personali non essenziali. I casi, però, non si sono mai fermati e sono arrivati a toccare quota 272mila (più di ogni altro Paese europeo escluso il Regno Unito) mentre oltre 8500 persone hanno perso la vita, uno dei tassi di mortalità più alti del mondo. Il cattivo stato del sistema sanitario, che ha comunque giocato un ruolo, sembra non bastare a spiegare i tanti perchè di questa tragedia.

Il ruolo dell’economia e dei mercati

Secondo il medico peruviano Helmer Puerta “l’atteggiamento delle persone” potrebbe aver reso inefficace il lockdown. Il 40% della forza lavoro del Perù è composta da autonomi e queste persone sono state spesso costrette a continuare ad esercitare la propria professione. I dati, infatti, dimostrano come la quarantena abbia provocato una riduzione dei movimenti meno significativa di quanto ci si sarebbe aspettati. I mercati alimentari, destinati a sfamare la popolazione, sono poi divenuti dei veri e proprio focolai del virus ed i test hanno provato che molti degli impiegati di queste strutture sono stati portatori asintomatici del virus. Le autorità hanno identificato almeno trentasei mercati di Lima come punti di diffusione del contagio. Nel mercato di Belen, situato nella regione di Loreto, il 100 per cento dei venditori è stato infettato dal coronavirus. I peruviani si sono così ritrovati ad essere infettati proprio da quelle strutture che dovevano vendere loro i generi di prima necessità. In molti sono stati poi costretti a lasciare Lima per la disoccupazione e ciò può aver facilitato la diffusione del virus nelle zone rurali.

Le scelte della politica

Il presidente Martin Vizcarra si è recentemente visto costretto ad allentare la quarantena a causa della recessione generata dal lockdown. Il tasso di disoccupazione è ufficialmente al 13 per cento e secondo le stime verrano persi almeno 4,2 milioni di posti di lavoro nel solo 2020. Il Prodotto Interno Lordo, invece, dovrebbe crollare del 12 per cento e ciò provocherà gravi ricadute sul tessuto sociale. Il Capo di Stato, che ha riaperto i centri commerciali, ha affermato che è necessario far ripartire l’economia e che ogni peruviano sarà responsabile di ciò che accadrà. Il problema è che ciò avviene in piena emergenza sanitaria: l’88 per cento dei posti letto in terapia intensiva risulta occupato, i casi quotidiani sono circa 4mila e gli ospedali sono sull’orlo del collasso. Il precario stato del Paese potrebbe avere ricadute sull’area andina.

Il rischio narcotraffico e terrorismo

Le attività dei gruppi di narcotrafficanti e di Sendero Luminoso, il gruppo marxista che per decenni ha terrorizzato le campagne peruviane con una violenta insurrezione sedata, a fatica, negli anni novanta ma mai del tutto terminata, sembrano destinate a potenziarsi.  Il ritorno in auge di questi gruppi potrebbe a sua volta dare nuova linfa alle attività dei narcotrafficanti colombiani e favorire un più generale clima di instabilità in America Latina. Non è escluso, poi, che l’esercito possa decidere di prendere in mano la situazione qualora il caos inizi a diffondersi. Uno scenario preoccupante destinato probabilmente a durare ben oltre la fine della pandemia.

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