L’analisi delle acque reflue come arma per combattere il Covid-19 ed evitare chiusure e lockdown generalizzati. Si tratta del cosiddetto modello Madrid, una strategia originale ed apparentemente efficace impiegata anche negli Stati Uniti per proteggere contesti circoscritti come quelli dei campus universitari. A spiegarne il funzionamento è stata Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunità Autonoma di Madrid e membro del Partito Popolare, che ne ha parlato con il Corriere della Sera. La Diaz Ayuso ha chiarito come l’individuazione di un certo quantitativo di virus nelle acque reflue fa comprendere che a breve scoppierà un focolaio di Covid-19 in una specifica zona della città. Questo consente di programmare chiusure geograficamente limitate, efficaci ed in grado di preservare quanto più possibile il tessuto economico e sociale dell’insediamento urbano. L’adozione di mini lockdown ha consentito di giungere ad un dimezzamento, nel periodo compreso tra il 27 settembre e l’11 ottobre, del tasso di diffusione del virus a Madrid, una delle città spagnole più colpite della pandemia. La capitale spagnola ha così visto migliorare il suo quadro epidemiologico ma l’approccio non è stato gradito, almeno inizialmente, dal governo nazionale, con cui ci sono stati numerosi contrasti.

Una sconfitta dolorosa

L’esecutivo progressista spagnolo, guidato dal premier Pedro Sanchez, ha riportato in vigore, nella giornata di domenica, lo stato di emergenza valido su tutto il territorio nazionale. Si tratta di un provvedimento volto ad imporre misure restrittive per limitare la diffusione del virus SARS-CoV-2, con l’obiettivo di normalizzare il quadro epidemiologico in vista del Natale. Il provvedimento è articolato in diversi punti: dall’imposizione del coprifuoco, in vigore tra le undici di sera e le sei del mattino del giorno seguente alla possibilità per le regioni di chiudere i confini interni mentre gli incontri sociali tra privati non potranno avere più di sei partecipanti. Le amministrazioni locali potranno anticipare o posticipare di un’ora l’entrata in vigore del coprifuoco ma non potranno abolirlo del tutto. L’obiettivo del governo è quello di prorogare la durata delle misure restrittive almeno sino ad aprile. L’economia del Paese, già duramente provata dal lockdown primaverile, rischia di inabissarsi definitivamente anche a causa della cattiva gestione della pandemia. I casi giornalieri registrati nel Paese sono stati, nel periodo compreso tra il 3 settembre ed il 20 ottobre, circa 10-15 mila. Il numero di infezioni è però tornato a crescere con prepotenza nelle ultime settantadue ore ed ha toccato i 20.986 casi il 22 ottobre. Uno sviluppo preoccupante che potrebbe causare seri problemi al sistema sanitario e che evidenzia come l’approccio messo in campo dall’esecutivo si sia rivelato fallimentare.

Il ruolo delle fogne

La Comunità di Madrid aveva iniziato a monitorare, già nel mese di maggio, trecento collettori di acque reflue fognarie. La speranza è sempre stata quella di individuare precocemente eventuali focolai e di normalizzare la situazione epidemiologica nel più breve tempo possibile. Una tesi supportata dalle evidenze scoperte da una squadra di ricercatori dell’Università di Barcellona capeggiata da Albert Bosch. I ricercatori hanno individuato tracce del virus SARS-CoV-2 in campioni di acque reflue di Barcellona risalenti al marzo del 2019 e Bosch ha affermato che la scoperta precoce del virus avrebbe potuto portare ad una gestione diversa della pandemia. Il Covid-19, pur essendo molto contagioso, può essere contenuto efficacemente con l’adozione di un efficace sistema di tracciamento dei casi e dei contatti delle persone infette. Il problema è che il tracciamento, per essere valido, deve essere implementato nelle fasi iniziali della diffusione del morbo, altrimenti rischia di essere travolto dalla crescita esponenziale dei casi e di essere sostanzialmente inutile.

Gli esecutivi non vogliono ascoltare

La convivenza con il Covid-19 non dovrebbe portare ad uno stravolgimento delle vite quotidiane dei cittadini ne alla violazione delle loro libertà costituzionali in nome dell’emergenza sanitaria. Pochi governi, però, sembrano aver compreso questo principio di base e preferiscono adottare misure restrittive su vasta scala (che generano peraltro effetti recessivi a livello economico) piuttosto che cercare di circoscrivere i focolai a livello di edificio, di quartiere o di città. La Comunità di Madrid aveva individuato, con l’ordinanza entrata in vigore il 21 settembre, 37 aree urbane da sottoporre a restrizioni nella speranza di rallentare l’avanzata del virus. Il piano mirava a limitare la libertà di movimento dei cittadini residenti nelle aree in questione e ad imporre chiusure anticipate per i negozi ed i locali presenti in tali zone. Non un lockdown vero e proprio, dunque, ma una lotta strada per strada contro il virus nel tentativo di circoscriverlo. L’ordinanza non è stata apprezzata dal Primo Ministro Pedro Sánchez che ha ingaggiato una lunga battaglia con il governo locale nel tentativo di sottoporre la città a misure più dure. I prossimi mesi potrebbero però vedere un ritorno di un tentativo di convivenza morbida con il virus e la strategia di Madrid potrebbe così tornare in auge.

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