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“10 Milioni di Rupie a chi brucerà viva l’attrice Deepika Padukone!”. Con questa minaccia l’India torna ancora una volta a far parlare di sé. A portare avanti questa battaglia contro una delle più famose attrici del subcontinente indiano sono gli Kshatriya, gli appartenenti casta dei cavalieri, gli eredi dei principi rajput che con le loro gesta resero grande la storia e l’epica indiana. È proprio questo intrecciarsi di epica e storia, di reltà e fantasia a portare questa vicenda ai limiti dell’assurdo e a renderla quasi incomprensibile al lettore occidentale.

Ma andiamo con ordine: il 1 dicembre è prevista in India l’uscita del nuovo film realizzato dal regista Sanjay Leela Bhansali dal titolo “Padmavati”. La pellicola è tratta da “Padmavat” un noto poema epico del XVI secolo scritto dal mistico musulmano Malik Muhammada Jayasi. Ispirato a fatti storici realmente accaduti, il poema narra delle gesta di Ratan Singh, un principe Rajput che per difendere l’onore della sua sposa, la principessa Padmini, si scontra con l’esercito del temibile sultano di Delhi Allahuddin (secondo esponente della potente dinastia Khalji). L’opera è un vero e proprio capolavoro, simbolo di un’epoca felice in cui Islam e Induismo convivevano insieme creando capolavori artistici, architettonici e per l’appunto, letterari senza pari nella storia dell’umanità (citiamo solo il Taj Mahal per dare l’idea della bellezza sprigionatasi da questo incontro-scontro di culture e religioni oggi così nemiche). L’epopea del Padmavat si conclude con la gigantesca battaglia avvenuta nel 1303 alle porte del forte di Chittor (nella regione del Rajastan) che vede trionfare le armate musulmane. Le donne dei Rajput, compresa la bella principessa, pur di non cadere nelle mani nemiche decidono di togliersi la vita gettandosi nel fuoco. Si tratta di un rituale tipico della casta degli Kshatrya, prerogativa particolarissima dei Rajput, chiamata “Johar”. Con il sacrificio degli uomini e delle donne l’ethos dei principi guerrieri esprimeva così la più alta forma di affrancamento dalla vita umana. Una forma di rinuncia alla vita non troppo diversa da quella che fu la “bella morte” degli eroi greci e latini, o da quella più moderna dei kamikaze giapponesi durante la seconda guerra mondiale.

La realizzazione del film ha destato scandalo presso le caste guerriere indignate dalla dissacrazione della principessa Padmini, una sorta di divinità per gli Kshatriya. In particolare alcune indiscrezioni hanno rivelato che nel film sarebbe presente una scena d’amore tra la principessa hindu e il sultano musulmano, scena assolutamente non rappresentata nel poema originale. Un’affronto troppo grande questo per la casta guerriera che ha fatto di Padmini un simbolo induista di purezza e resistenza al nemico musulmano. Il regista, Banshali e l’attrice Padukone che interpreta il ruolo della principessa sono stati più volte minacciati durante le riprese, tanto che l’organismo di censura preventiva indiano (Cbfc) ha deciso di sospendere l’esordio di “Padmavatì” nelle sale. Nella città di Bareilly nello stato dell’Uttar Pradesh alcuni militanti del gruppo Akhil Bhartiya Kshatriya Mahasabha (Abkm) hanno inscenato una protesta in cui sono stati date alle fiamme centinaia di gigantografie del regista e dell’attrice invitando tutta la casta dei guerrieri a bruciarla viva. “Deepika dovrebbe sapere cosa si prova ad essere bruciati vivi. L’attrice non potrà mai immaginare il sacrificio della regina. Siamo pronti a dare 10 milioni di rupie a chi dovesse bruciarla viva. Chiediamo agli organizzatori di mostrarci il film prima che sia autorizzato ad andare nelle sale”. Così si è espresso il responsabile della sezione giovanile dell’ABKM. Il gruppo tra l’altro si è già reso responsabile nel recente passato di diverse aggressioni ai danni di appartenenti alle caste più basse o di fedeli di minoranze religiose, segno di un’India sempre più all’avanguardia sul piano tecnologico ma ancora legata a concezioni ancestrali e arretrate sul piano del rispetto dei diritti della persona.

Non è la prima volta però che in India l’epica e il cinema sono causa di violenze e insensati spargimenti di sangue. Il 6 Dicembre del 1992 un esercito di militanti del partito BJP, oggi al potere, e dei movimenti fondamentalisti induisti RSS e VHP, tra cui un giovanissimo Narendra Modi, si riversò sulla moschea Babri Masjid di Ayodhya, in Uttar Pradesh, radendola letteralmente al suolo. Si credeva infatti che la moschea sorgesse nel luogo in cui nacque Rama, eroe dell’epica induista, considerato una delle incarnazioni del dio Visnu. Negli scontri che seguirono la distruzione della moschea persero la vita circa 200 musulmani.

Più recentemente, nel 2016, è intervenuta addirittura la polizia per proteggere i cinema che proiettavano un film condannato dagli ultranazionalisti del BJP. La pellicola di Bollywood, Ae Dil Hai Mushkil, vedeva tra gli attori il pachistano Fawad Khan. La tensione crescente tra India e Pakistan nella regione contesa del Kashmir costrinse addirittura Khan a ritirarsi dagli eventi promozionali del film, ma non bastò a placare il partito di estrema destra indiano Maharashtra Navnirman Sena (MNS), che minacciò di impedire le proiezioni e in diversi casi vandalizzò i cinema coinvolti.

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