A fine febbraio la virologa italiana Ilaria Capua aveva indicato negli Stati Uniti e nella Nigeria i due potenziali focolai più preoccupanti per la diffusione della pandemia globale di coronavirus. Nella superpotenza nordamericana il virus ha già prodotto danni devastanti, mettendo alle corde il sistema sanitario e dando il là a una recessione economica che nelle proporzioni ricorda la Grande Depressioneoltre 80mila i morti ufficialmente registrati negli States, mentre il capo della task force sanitaria della Casa Bianca Anthony Fauci avverte che entro agosto i decessi complessivi potrebbero essere 147mila.

Ora, anche per il grande Paese dell’Africa occidentale la situazione va via via deteriorandosi. Nelle ultime settimane in tutta la Nigeria si registra un sospetto e misterioso incremento dei decessi per sintomi riconducibili a malattie come il Covid-19. Ufficialmente la Nigeria conta solo 4.400 casi accertati di infetti di coronavirus a dieci settimane dalle prime avvisaglie di una diffusione del contagio nel Paese, ma questo, specie se messo a raffronto con i 4.300 casi di un piccolo Paese come il Ghana e i 10mila del Sudafrica, segnala innanzitutto la limitata capacità di tamponamento del sistema sanitario nazionale.

Il Sudafrica, che conta 55 milioni di abitanti, ha effettuato infatti oltre 350mila tamponi, la Nigeria, che nel 2019 ha sfondato il muro dei 200 milioni di abitanti, solamente 27mila: logico che un’eventuale diffusione incontrollata del virus sarebbe passata inosservata a lungo. Come scrive il Financial Times, recentemente “i becchini dello Stato di Kano hanno dichiarato di esser stati costretti a seppellire più corpi del normale; […] un funzionario dello Stato di Jigawa, a est di Kano, ha dichiarato che circa 100 persone sono morte con sintomi legati al Covid-19 in una singola area municipale”, mentre nel confinante Yobe “i funzionari contestano rapporti giornalistici che parlano di 155 morti in sei giorni per il coronavirus”.

La Nigeria è paurosamente a corto di dispositivi di protezione individuale, meccanismi di test rapido dei tamponi e, soprattutto, del capitale politico necessario a una reazione ordinata ed efficace. Il crollo del prezzo del petrolio rischia di aggiungere al tracollo sanitario anche quello economico, mettendo Abuja a fianco del Messico e dell’Indiavera spada di Damocle sul mondo, come Paese in via di sviluppo da monitorare quale futuro focolaio del contagio. Le aspettative ora prevedono una profonda crisi per l’economia nigeriana entro la fine del 2020: il budget del governo per 35 miliardi di dollari del 2020, si basava su un prezzo del petrolio di 57 dollari al barile, oltre il triplo di quello oggi correntemente negoziato sui mercati internazionali.

La principale città del Paese, Lagos, megalopoli tentacolare che concentra una popolazione pari a quella di Lombardia e Veneto (16 milioni di abitanti) in un’area di circa mille chilometri quadrati, è ovviamente lo scenario che più preoccupa le autorità nigeriane. Primo fra tutti il ministro della Salute Osagie Ehanire, che non ha fatto mistero della vulnerabilità del sistema sanitario nazionale, invitando i connazionali a seguire con precisione le direttive governative, seguito dal dottor Chikwe Ihekweazu, capo del Centre for Disease Control, che è arrivato a lanciare un appello via Twitter per ottenere kit di estrazione dell’Rna.

A livello aggregato la Nigeria si profila come lo scenario più preoccupante nel continente africano per la diffusione del contagio: come ha sottolineato Gaetano Magno, analista esperto di questioni africane, su Osservatorio Globalizzazione, il Covid-19 potrebbe rappresentare una “tempesta perfetta” per il continente. Come fa notare Magno “il rischio che la pandemia possa provocare un alto numero di vittime in Africa sembra essere molto concreto, in particolar modo se si sviluppassero dei focolai negli slum di alcune megalopoli continentali”, di cui Lagos rappresenta l’esempio più critico. “Tenui speranze sui possibili effetti mitigatori rispetto a questo scenario, sono riposte nelle capacità acquisite nel recente passato da alcuni paesi africani nel fronteggiare le epidemie di ebola e di altre malattie infettive”, ma la Nigeria per le sue divisioni interne e la sua fragilità politica economica si conferma un gigante dai piedi d’argilla.

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