L’Unione europea deve fare i conti con un enorme problema socio-economico che riguarda l’intera regione del Mediterraneo: il fenomeno dei flussi migratori provenienti dall’Africa. Guerre, fame, povertà o, più banalmente, la semplice voglia di sperare in una vita migliore, spingono ogni anno decine di migliaia di persone ad abbandonare i loro Paesi per imbarcarsi, via mare, in direzione del Vecchio Continente.

I numeri sono imponenti. Nel corso del 2021, secondo l’Unicef oltre 165.500 persone sono giunte in Europa, di cui 23.000 bambini o minori di 18 anni, in condizioni spesso disastrose. Nei primi 10 mesi del 2022, gli arrivi sono stati più di 116.000, di cui oltre 22.900 minori. I dati di Unhcr relativi al 2022, aggiornati al 6 novembre, evidenziano 132.329 arrivi complessivi, 125.485 dei quali via mare destinati in Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta, con percentuali di distribuzione ben diverse.

In seguito all’accordo tra l’Ue e la Turchia del marzo 2016 e alla chiusura delle frontiere balcaniche, la rotta del Mediterraneo centrale – e cioè dalla Libia all’Italia – è risultata la principale rotta migratoria. Nonostante il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia sul contrasto all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani, nel corso del 2021 il numero degli arrivi in Italia è aumentato significativamente: 67.040 i rifugiati e migranti giunti in Italia, un aumento del 95% rispetto ai 34.154 dell’anno precedente. Nei primi 10 mesi del 2022, gli arrivi in Italia sono risultati il 64% degli oltre 116.000 registrati sulle rotte del Mediterraneo.

È chiaro che un fenomeno migratorio di simili dimensioni debba essere governato e gestito. Bloccare le navi, respingere gli arrivi e assistere alle accuse reciproche tra i governi europei sulle quantità di persone da accogliere, rappresentano soltanto palliativi temporanei. Per risolvere il problema è necessario intervenire in Africa, ovvero nella terra abbandonata dai migranti. In che modo? Stringendo accordi con i Paesi, certo, ma che vadano oltre la sola intesa sulle migrazioni. Servirebbe un piano strategico europeo ben organizzato. E ancora: investimenti più che aiuti, cooperazione più che sostegno “dall’alto al basso”.

Se l’Europa non ha ancora capito come comportarsi in Africa, la Cina è riuscita laddove le potenze occidentali hanno fallito. Sia chiaro: nel modello di cooperazione e sviluppo proposto da Pechino non mancano né le contraddizioni, né tanto meno la presenza di interessi geopolitici. Eppure molti Paesi africani, soprattutto i più poveri e instabili, dove la democrazia non si è mai insediata, hanno dimostrato di apprezzare l’operato del Dragone. “I cinesi ci offrono cose concrete. L’Occidente valori intangibili. Ma a che cosa servono la trasparenza, la governance, se la gente non ha elettricità né lavoro? La democrazia non si mangia mica”, dichairava nel 2009 Serge Mombouli, allora consigliere del presidente congolese Sassou Nguesso, oggi Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica del Congo negli Stati Uniti d’America.

Per arginare, o quanto meno mitigare, i flussi migratori diretti verso l’Europa, l’Ue potrebbe pensare di collaborare con la Cina nel miglioramento delle condizioni economiche dei Paesi africani. In che modo? Costruendo infrastrutture, case, imprese e concentrando in loco il know how necessario affinché i governi africani possano iniziare a camminare con le proprie gambe.

La soluzione è interessante, ma la sua ipotetica realizzazione è ostacolata da non pochi problemi, in primis la sfrenata competizione tra le potenze globali per accaparrarsi il più ampio raggio d’azione possibile nel Continente Nero. Che, in termini concreti, coincide con la possibilità di attingere alle immense risorse nascoste nel sottosuolo africano.

In ogni caso, dal punto di vista europeo, una mossa unitaria e centralizzata risulterebbe senza dubbio più efficace di isolate avventure nazionali dei singoli membri dell’Ue. Non solo: l’interesse europeo, nell’ottica dei flussi migratori, potrebbe addirittura coincidere con gli interessi economici cinesi in Africa. Al netto, va da sé, di ogni differenza politica, geopolitica e culturale tra Bruxelles, completamente atlantista, e Pechino.

Il modello cinese

I dati del China Investment Global Tracker ci dicono che, dal 2005 al 2018, la Cina ha investito in Africa 299 miliardi di dollari. È pur vero che gli investimenti cinesi, in alcuni Stati africani, hanno fatto schizzare alle stelle il debito dei governi locali, arrivato a toccare quota 130 miliardi di dollari negli ultimi 18 anni. Allo stesso tempo è grazie al Dragone che, in queste latitudini, sono nate infrastrutture necessarie per il miglioramento della quotidianità dei cittadini, come strade, ferrovie, porti e aeroporti.

Da 15 anni a questa parte, inoltre, la quasi totalità dei Paesi africani sta attraversando una piccola ma non trascurabile crescita economica. Il Covid ha rallentato i piani ma i settori dei servizi e delle telecomunicazioni si stanno diffondendo a macchia di leopardo un po’ in tutto il continente. Basti pensare che l’utilizzo di cellulari, internet e servizi finanziari vari ha raggiunto picchi elevati nonostante la povertà di alcune aree. Ovviamente sostenere che l’Africa è in procinto di risolvere i suoi problemi grazie alla Cina è sbagliato oltre che fuorviante. Ma sicuramente gli interessi della Cina nella regione hanno aiutato e contribuiranno ad aiutare il Continente Nero ad uscire dalle sabbie mobili.

Anche perché, oltre al garantire lauti investimenti, la Cina sta allevando una nuova classe dirigente africana senza intromettersi negli affari di politica interna di Paesi terzi. Detto altrimenti, i soldi della Cina creano in Africa infrastrutture basilari, utili sia dal punto di vista civile che commerciale. Lo step successivo, per il Dragone, consisterà nel piantare nel contesto sub-sahariano il seme delle nuove tecnologie: auto elettriche, intelligenza artificiale, sistemi di videosorveglianza e via dicendo. In effetti sempre più Paesi africani hanno effettuato un salto tecnologico enorme, passando dall’uso di tecnologie obsolete all’avere tra le mani i dispositivi più moderni e avanzati.

Ue senza un piano d’azione

Nel febbraio 2022 i leader europei e africani si sono incontrati a Bruxelles per il tanto atteso vertice Ue-Africa. Poteva essere un’occasione d’oro per l’Unione europea, che avrebbe potuto illustrare una narrazione alternativa a quella cinese. Il forum, organizzato sulla scia del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (Focac), andato in scena lo scorso novembre, ha invece mancato clamorosamente il bersaglio, o comunque non ha avuto l’impatto sperato.

Ecco che le continue relazioni della Cina con l’Africa negli ultimi due decenni offrono lezioni di successo dalle quali l’Europa potrebbe attingere a piene mani. E dalle quali l’Ue potrebbe forgiare una nuova agenda di cooperazione “con caratteristiche europee”, senza snaturare i valori di Bruxelles.

Il successo di Pechino sta tutto nel suo modello. Nell’impegnarsi con i leader africani, l’approccio della Cina è chiaro, visto che il Dragone si basa su un principio – più o meno reale – di sovranità, uguaglianza politica e rispetto reciproco con gli stati africani. Tutto questo è evidente negli affari stretti dal gigante asiatico, affari guidati per lo più dalle esigenze e dalle richieste dei governi beneficiari, più che dalla volontà di mettere sul tavolo generici aiuti umanitari. Da questo punto di vista, l’Europa dovrebbe tenere conto delle ambizioni interne dell’Africa, come l’Agenda 2063 dell’Unione Africana (UA), e concentrare qui gli eventuali investimenti.

Come se non bastasse, mentre l’Europa negli ultimi anni ha innalzato i muri d’innanzi alla migrazione africana, la Cina ha incoraggiato la migrazione in modo selettivo, attraverso programmi di scambi interpersonali che ne hanno potenziato il soft power. In questi scambi sono incluse le molteplici borse di studio offerte da Pechino agli studenti africani, ai quali è stata data la possibilità di studiare in Cina, gli inviti estesi ai ricercatori e agli uomini d’affari africani, e la formazione garantita a funzionari e burocrati africani. Stiamo parlando di piccoli gesti che, agli occhi del Continente Nero, dimostrano che la Cina considera l’Africa come un’opportunità e non come un soggetto al quale elargire carità.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.