La quiete prima della tempesta, in realtà, non è quiete. Il vento che si alza lentamente, la luce che diventa fioca, l’elettricità nell’aria, contribuiscono a creare quella sublime e terrificante euforia che è già di per sé azione concreta. Non è attesa, è preparazione. Moto, comunque.

Damasco oggi è la città simbolo della lotta per il presente. Ma a Gerusalemme questo moto lo si vive. Perché la questione palestinese non è risolta. E prima o poi qualcosa dovrà tornare a succedere. Mentre la bandiera verde di Hamas continua a sventolare a Gaza, il tentativo di Fatah di rendersi un interlocutore credibile ha un po’ sopito l’istinto alla lotta in Cisgiordania. È anche il motivo per cui le brigate Qassam accennano talvolta a creare qualche focolaio di malcontento, specie a Nablus, Qalqilya e Betlemme, sperando che anche a Ovest del Giordano si tornino a impugnare le pietre.
Ma la verità è che gli abitanti della West Bank sono stanchi. Attendono che arrivi il loro momento, ma non a colpi di mortaio.

Un tratto del muro di separazione che attraversa la città in cui Gesù emise il primo vagito è stato ribattezzato “Wall Street”. Un senso letterale. Ma pure un richiamo allegorico alla ben più celebre arteria di Manhattan in cui le guerre si combattono a colpi di futures. Il muro si estende per 730 chilometri sulla Linea Verde, quella cioè stabilita come confine di Israele in base all’armistizio del 1949, e sorge per un buon 80% in territorio palestinese, con alcuni tratti che penetrano addirittura per 18 chilometri all’interno della Cisgiordania. Proprio perché la linea di demarcazione è da sempre parecchio controversa, sono chiaramente visibili interi segmenti di muro costruiti e poi interrotti. Da Betlemme si vedono in modo piuttosto nitido, da quella che è considerata la “vista peggiore del mondo”, ovverosia il panorama che si ammira, per modo di dire, dal Walled Off Hotel.

L’albergo, disegnato da Banksy in persona, offre sistemazioni per tutte le tasche. Dai 30 euro a notte per un letto a castello in dormitorio a 800 euro per la suite “presidenziale”, così chiamata perché secondo i gestori offre “tutto il necessario per la comodità di un capo di Stato corrotto”. E quindi set da bagno con sali del Mar Morto, piano bar, opere d’arte originali, jacuzzi, terrazzo. Ecco, quello potrà anche essere “presidenzialmente” spazioso ma la vista che offre è uno spietato livellatore sociale. Chilometri di muro, tonnellate di calcestruzzo e torri d’avvistamento su cui i writers di tutto il mondo hanno provato a dipingere il loro dissenso.

Si riconoscono i lavori di Sami Musa, Dominique Petrin e appunto Banksy. Lo street artist britannico si recò in Cisgiordania nel 2005 e poi nel 2007 riempiendo i muri delle province di Betlemme, Ramallah e Abu Dis di opere tanto geniali quanto seminascoste. Il ribelle palestinese che lancia un mazzo di fiori, per dire, è dipinto sul retro di un distributore di benzina e quasi invisibile dalla strada. Attorno alla bambina che perquisisce il soldato, invece, è sorto uno dei tanti punti vendita di merchandise tematici sparsi in giro per la città. Betlemme, del resto, è sì meta dei pellegrini, ma il turismo non basta a ridar vita alla porzione di agglomerato antistante il Checkpoint 300.

Così a dare colore e vitalità ci pensano i murales. Dal Zuckerberg spiritato affamato di dati, al Trump con la kippah in testa, dal Mohammed Ali pronto a sfasciare il cemento a colpi di guantoni ai personaggi dei cartoni animati come Rick & Morty. Immancabili, dacché per vocazione i due si trovano sempre coinvolti in avventure bizzarre nei luoghi più sconosciuti dell’universo, a contatto con realtà oltre ogni possibile immaginazione. E a Betlemme la realtà supera persino l’immaginazione. Il più potente, tristemente parlando, è quello che ritrae Alice accovacciata mentre apre una porticina nel muro per sbirciare nel “paese delle meraviglie” posto al di là della cortina.

E la barriera di separazione parla anche un po’ italiano. Qui lo street artist Jorit Agoch, celebre per il ritratto di Maradona sui palazzi di Napoli, ha realizzato un murale gigantesco che ritrae Ahed Tamimi, l’attivista palestinese finita in carcere a 17 anni per aver schiaffeggiato un soldato dell’Idf e poi rilasciata il 29 luglio 2018. Tamimi è diventata un simbolo della resistenza del popolo palestinese dopo che fu ripresa mentre nel giardino della sua abitazione in Cisgiordania contestava il militare. Il video di quei fatti divenne presto virale e la ragazza fu alla fine arrestata e condannata a otto mesi di carcere da una Corte militare israeliana.

Per lei, e il suo rilascio, si sono spesi attivisti e associazioni di tutto il mondo. Lo stesso Jorith, mentre finiva il lavoro, è stato arrestato e trattenuto dall’esercito israeliano. Accanto al suo volto c’è quello di un’altra donna diventata un simbolo: la giovane dottoressa con il velo rosso uccisa dai militari durante negli ultimi giorni di proteste della Marcia del ritorno. Come quelle di Tamimi, anche le sue immagini, che la ritraggono poco prima di essere colpita mentre corre ad aiutare un giovane ferito in camice bianco e con le mani alzate, hanno fatto il giro del mondo. Una ventina di minuti fuori da Betlemme ci sono anche le opere di Blu e Ericailcane, entrambi italiani.

Nonostante fosse prevista come misura temporanea per arginare le infiltrazioni in territorio israeliano degli attentatori suicidi durante la seconda Intifada, la costruzione del muro prosegue fino ad andare a chiudere l’unica porzione di confine ancora “aperta”, a Sud della West Bank.

Un esempio frequentemente offerto degli effetti della barriera è quello che riguarda la città palestinese di Qalqiliya, un agglomerato di circa 45.000 abitanti, in cui un pannello di 8 metri d’altezza è eretto sulla Linea Verde fra la città e la vicina autostrada trans-israeliana. Il muro in questo punto è descritto da Israele stesso come il “muro-cecchino”, a causa della possibilità che da esso si portino attacchi armati contro gli automobilisti israeliani o contro la città israeliana di Kfar Saba.

La barriera penetra in particolare al livello di Qalqilya nelle sezioni settentrionali e meridionali, con un andamento seghettato e scanalato. La città è accessibile da una strada a est, come pure da un tunnel costruito nel settembre 2004 che la collega al villaggio di Habla, anch’esso isolato da un altro muro. Secondo il Dipartimento Palestinese per gli Affari Negoziali e altre fonti, il 45% delle terre coltivate palestinesi (compresa una parte fra le più fertili), e un terzo dei pozzi d’acqua della cittadina, si ritrovano all’esterno della barriera, e i contadini devono ormai chiedere permessi alle autorità israeliane per accedere alle loro terre situate dall’altra parte della barriera.

Mentre tocco con mano il cemento armato, Khalid, che si professa un musulmano “vero” rifacendosi al contestatissimo versetto 32 – Sura 5 del Corano, mi dice: “Vedi cosa c’è scritto lì? – e mi indica un graffito rosa -. Niente dura per sempre. Né io, né te, né questo muro. Solo Dio grande e misericordioso è infinito”.

Si fa in un certo senso portavoce di quello spirito comune in buona parte dei territori occupati: accettare la divisione, l’occupazione militare, il divieto di andare a pregare ad al-Aqsa.

Accettarlo come caratteristica di un momento di transizione che per loro è una condanna, ma magari non lo sarà per i figli, o i figli dei loro figli. È sorprendente venire a contatto con la straordinaria capacità dell’animo umano di adattarsi alle mancanze. Possibile solo di fronte a una fede che presupponga qualsiasi sorta di giustizia divina.
Il significato stesso della parola Resistenza, allora, si ripropone. In un’accezione del tutto diversa.
Resistere sopportando i mali del mondo. Affinché possa essere la storia, e non le bombe, a farli scomparire.

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