Un anno fa aveva impressionato il mondo per la rapidità con la quale era riuscita a frenare la corsa impazzita del Sars-CoV-2. Mentre le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Italia, dal Regno Unito alla Francia, venivano travolte dall’onda d’urto del virus, l’Asia restava a galla grazie a un modello di contenimento tanto efficace quanto efficiente. Stiamo parlando di un modus operandi capace di intrecciare aspetti culturali, politici e sanitari, di far risaltare lo spirito comunitario anziché le esigenze egoistiche del singolo individuo, e attingere, allo stesso tempo, a un utilizzo spasmodico delle tecnologie più avanzate (in barba a concetti quali privacy o dati sensibili).

Ci sarebbe poi da considerare l’atteggiamento tenuto dai leader politici: ben definito, sicuro, inflessibile e condiviso dalla popolazione. Certo, non sono mancate differenze sostanziali tra un Paese e l’altro, specchio dei diversi sistemi politici nazionali (pensiamo al modello cinese, agli antipodi rispetto al modello coreano o taiwanese). Ma l’impressione è che il background confuciano, ampiamente condiviso tra le varie realtà del continente asiatico – e non solo quello –, abbia consentito all’Asia di affrontare la minaccia Covid-19 con una marcia in più rispetto all’Occidente.

Segnali incoraggianti

Se è vero che l’Asia ha dominato la scena durante la fase più acuta dell’emergenza sanitaria, quando era necessario attuare misure ferree per limitare la diffusione del virus, l’intero continente è adesso in estremo ritardo sul tema dei vaccini e delle vaccinazioni. Da questo punto di vista, i ruoli tra Occidente e Oriente si sono invertiti. Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dall’eccellente piano vaccinale portato avanti da attori usciti con le ossa rotte dalla prima ondata. È il caso, ad esempio, di Stati Uniti e Regno Unito.

Washington, diventato l’epicentro globale della pandemia, nonché il Paese più colpito in termini di contagi, ha reagito puntando sulle vaccinazioni. Il modello quasi militare imbastito da Donald Trump e proseguito, senza fatica, da Joe Biden, ha consentito al governo americano di impiegare qualcosa come quasi 70 milioni di dosi in appena un paio di mesi. Considerando i vaccini somministrati per 100 persone al 20 marzo, gli Stati Uniti occupavano il sesto posto con 36.31, superati da Bahrain (37.62), Regno Unito (altra sorpresa occidentale, 42.7 al 19 marzo), Cile (44.28), Emirati Arabi Uniti (72.61) e Israele (111.91).

Al momento, in America due terzi degli over 65 è “coperta” dalla prima dose di uno dei vaccini autorizzati dalla FDA, mentre il 70% della popolazione dovrebbe essere vaccinata entro la fine dell’estate. In questa classifica, l’Asia è molto indietro. Basti pensare che la Cina ha piazzato 4.86 dosi per 100 persone mentre India, Bangladesh e Indonesia rispettivamente 3.23, 2.89 e 2.86. Ovviamente, per ottenere un quadro più preciso in merito alle vaccinazioni dei Paesi asiatici è necessario considerare altri dati. Anche perché Cina e India contano oltre 1 miliardo di cittadini a testa, e le proporzioni di alcune misurazioni possono risultare travianti. In ogni caso l’analisi di fondo non cambia: sulle vaccinazioni è l’Occidente a “indicare la strada”.

La Cina: un caso particolare

Prendiamo la Cina. A febbraio, Pechino aveva terminato di vaccinare i gruppi chiave, quindi le categorie più a rischio e gli anziani. L’obiettivo del Dragone è quello di immunizzare il 40% della sua popolazione entro il mese di giugno. Sulle vaccinazioni il governo cinese è partito in ritardo e con molta meno frenesia rispetto a quanto fatto da Stati Uniti e Regno Unito. Uno dei motivi è senza ombra di dubbio la pericolosità del Sars-CoV-2. Come detto, la Cina era riuscita, nel giro di pochi mesi, a bloccare la curva epidemiologica. In un contesto sostanzialmente Covid free, Pechino non ha sentito l’esigenza di spingere al massimo per inoculare i cittadini. Anzi: ha avuto tutto il tempo per affinare al meglio l’export dei suoi vaccini oltre la Muraglia, così da cementare la cosiddetta Comunità umana dal futuro condiviso, rafforzare relazioni con altri Paesi e via dicendo.

Ora anche il Dragone si è “svegliato” e, c’è da scommettere, recupererà il terreno perduto in un battito di ciglia. Almeno questa è la sensazione che si ha studiando il piano operativo messo a punto da Pechino. Nella capitale cinese, ogni comunità cittadina ha emesso un avviso ai residenti, ricordando alle persone di età compresa tra i 18 e i 59 anni di registrarsi per ricevere le dosi di vaccino. Gli avvisi raggiungono spesso gli utenti tramite l’applicazione WeChat, mentre gli appuntamenti per le vaccinazioni possono essere presi attraverso un semplice QR Code. Ogni distretto ha poi istituito decine di siti in cui ricevere i sieri. Come ha raccontato la Cgtn, in una comunità nel distretto di Tongzhou, a Pechino, sono stati aperti 17 centri, ognuno dei quali capace di immunizzare 20mila persone al giorno.

Il resto dell’Asia

Mentre la Cina ha scelto di percorrere la propria strada, altri Paesi della regione, come Giappone, Corea del Sud e Australia, hanno scelto di adottare un approccio cauto. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, molti governi stanno prendendo tempo, osservando a distanza eventuali effetti collaterali derivanti dalle vaccinazioni di massa, forti del fatto di esser riusciti a uscire dall’emergenza semplicemente attuando politiche restrittive.

D’altronde il vaccino, come hanno più volte ripetuto gli esperti, può essere letto come un rapporto tra rischi e benefici. Il ragionamento che stanno facendo molti Paesi asiatici è del tutto logico: dal momento che in Asia il virus è sostanzialmente sotto controllo, il vaccino ha un rapporto rischi/benefici ben diverso da quello che potrebbe avere negli Stati Uniti, dove invece, fino a poco fa, la situazione sanitaria era fuori controllo.

Attenzione però, perché la situazione astiatica è molto disomogenea. Ci sono Paesi, come ad esempio Filippine, Indonesia e Thailandia che avrebbero bisogno di accelerare i tempi sul vaccino, ma che, parimenti, devono fare i conti con importanti limiti logistici e, talvolta, pure economici e commerciali. In generale, tuttavia, l’Occidente sta dominando la corsa alle vaccinazioni. Un vanto? Dipende da quale prospettiva si guarda la vicenda. Se i governi occidentali si sono aggrappati ai vaccini, significa che, a differenza dell’Asia, non sono stati in grado di controllare il virus attraverso le tecniche usate con successo in Oriente.

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