Studenti andati via, lavoratori tornati nelle proprie province di origine “confortati” dalla modalità di smart working: sono soltanto alcuni degli aspetti che hanno contraddistinto il cambiamento di abitudini dovuto alle misure anti coronavirus adottate in Europa. Norme diverse da Paese a Paese, ma unite da unici denominatori: limitare gli spostamenti, evitare gli assembramenti, ridimensionare la vita sociale di tutti. Elementi che hanno sempre significato la quotidianità soprattutto nelle metropoli e nelle grandi città. Non in tutto il vecchio continente però si sta assistendo a comuni reazioni e a comuni mutamenti della vita. Resta però la domanda di fondo: quale sarà il futuro nelle grandi città nel mondo post Covid?

Gli effetti del coronavirus sulle grandi città

Come previsto dagli esperti del settore, dopo un’estate più o meno tranquilla, il coronavirus è ritornato preponderante in tutta Europa con un alto numero di contagi. La seconda fase dell’emergenza ha iniziato a far riecheggiare nella mente di ognuno i periodi più bui del lockdown vissuto dallo scorso mese di marzo fino a maggio. Ospedali pieni, delirio nei punti di pronto soccorso e la necessità di salvare l’economia dopo la batosta subìta durante lo scorso inverno, hanno spinto gli Stati a correre ai ripari con misure rigide ma al contempo più soft rispetto alle precedenti:  locali aperti solo in certi orari in alcuni casi e, in altri, apertura solo per asporto e consegne a domicilio, rientro a casa entro un orario specifico, smart working per gli uffici, didattica a distanza per i più grandi e in presenza per i bambini. C’è chi ha imposto poi brevi periodi di lockdown e chi ha escluso di ricorrere a questo sistema. L’Italia è stata divisa in tre colori a seconda della gravità della situazione con un lockdown solo per alcune Regioni. Cosa ha generato tutto questo? Un improvviso svuotamento delle grandi città. Appaiono oggi come immensi deserti le capitali più importanti d’Europa e le grandi città economiche che da sempre hanno contato importanti presenze di persone provenienti non solo dai Paesi vicini ma anche da quelli esteri.

La testimonianza degli italiani all’estero

Sono molti gli italiani che stanno vivendo questo delicato momento fuori dalle loro città natie. Chi per lavoro, chi per seguire il proprio partner, si sta confrontando con una situazione differente a seconda della nazione nella quale si trova. InsideOver ha raggiunto alcuni di loro: “Locali aperti solo per asporto e coprifuoco alle 22, autocertificazione per spostarsi nei paesi vicini, ma grande sinergia fra i vari enti pubblici e non”. Da Liegi, in Belgio, sono queste le parole di Veronica che prosegue: “C’è un grande senso di cooperazione e collaborazione fra le autorità che sono chiamate a gestire la situazione. Nelle Università ad esempio – continua Veronica – per dare un supporto allo Stato nel tracciamento dei casi positivi, vengono eseguiti i test di massa a tutti gli studenti, ai professori e al personale che vi lavora”. Veronica racconta anche del supporto che i diversi settori economici hanno ricevuto da parte dello Stato: “ I lavoratori – dichiara al telefono – hanno ricevuto dei contributi che consentono di non contare in un secondo momento gravi danni economici, motivo per il quale qui non si è vista gente protestare nelle piazze come accaduto in Italia”.

Situazione differente in Polonia per Paolo: “Alle 18 qui chiude tutto – risponde subito alla nostra domanda – e tutti dobbiamo essere a casa. Ci sono zone rosse ovunque e la situazione non sembra al momento rassicurante. Gli spostamenti sono permessi e chi può lavora da remoto”. In merito alle prossime mosse del governo per fronteggiare l’emergenza Paolo spiega: “Vogliono iniziare un mass-testing in tre grandi Regioni nel Sud-Est del Paese per capire la percentuale effettiva dei contagi”.

Il confronto tra l’Europa e l’Italia

Le testimonianze arrivate dall’estero hanno fatto emergere un dato non secondario: non è soltanto il Covid ad aver stravolto le vite dei Paesi europei, ma anche il modo di raccontarlo. Narrare la pandemia vuol dire incidere sulla percezione che si ha di essa. Da questo punto di vista qualche differenza tra l’Italia e il resto d’Europa è ben rintracciabile. Lo si intuisce dalle parole rilasciate da Francesco, siciliano che vive a Madrid: “Da quel che leggo da qui, in Italia si è creato molto allarme con il ritorno anche alle zone rosse – ha dichiarato – Qui invece, anche se ci sono le restrizioni, la gente continua a fare una vita abbastanza normale”.

Dalla più grande città spagnola arrivano immagini in cui tutti indossano le mascherine. Tra gli italiani presenti a Madrid il primo pensiero è alla possibilità di poter o meno tornare a casa per Natale. Per il resto però, nessuna isteria e nessun attaccamento ai numeri dei bollettini quotidiani. È forse questa la principale differenza tra l’Italia e il resto d’Europa. L’esempio spagnolo è altamente significativo. È da qui, probabilmente, che è partita la seconda fase del contagio in Europa, eppure il clima è descritto come sereno: “La sensazione percepita è quella di una rilassatezza generale – ha precisato Francesco – Non so se questo sia positivo o meno, non c’è però senso di allarme e si continua a vivere nel rispetto delle regole”.

La rivincita della provincia

C’è invece qualcosa che accomuna tutte le più grandi città europee: lo svuotamento. Da Milano a Parigi, da Madrid a Londra, da Berlino a Lisbona, le strade delle metropoli sono pressoché deserte. E non soltanto perché bar e ristoranti sono chiusi o a mezzo servizio. Molta gente se n’è andata. Da quando l’emergenza coronavirus si è affacciata sul vecchio continente, c’è stata un’autentica fuga dalla città. Un percorso inverso a quello degli ultimi decenni, dove invece la corsa ai grandi agglomerati urbani ha accomunato intere categorie di studenti e lavoratori.

Immagine simbolo di questa situazione è data dalle file che il 30 ottobre si sono create all’uscita di Parigi: migliaia di persone, davanti all’eventualità di un nuovo lockdown, sono fuggite dalla capitale francese. Il lavoro da remoto, la prospettiva di trovar “rifugio” nella propria provincia, hanno convinto in tanti a lasciare la metropoli. In Francia come in Italia e in molte altre parti. E non è detto che, ad emergenza finita, si faccia poi ritorno: “Se posso lavorare da casa – ha dichiarato Valeria, ragazza agrigentina impiegata a Torino e da marzo in Sicilia – preferisco rimanere qui dove tutto è a misura d’uomo”. Nel mondo post Covid dunque, forse la provincia si prenderà una bella rivincita sulla città.

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