Nella giornata di sabato 11 gennaio, le strade di Glasgow hanno ospitato una manifestazione di oltre 80mila persone unite nella richiesta di ottenere un secondo referendum per l’indipendenza del paese dal Regno Unito. Il movimento, denominato “All Under One Banner” (Auob), si è dichiarato trasversale ai partiti politici, nonostante sia sostenuto a gran voce dal primo ministro della Scozia e leader del Snp (Scottish National Party), la signora Nicola Sturgeon. Alla manifestazione hanno preso parte persone di ogni estrazione sociale, ma la partecipazione è stata particolarmente sostenuta dai piccoli-medi imprenditori del Paese, che vorrebbero l’uscita dal Regno anche per la maggiore vicinanza all’Unione europea. Oltre al primo ministro della Scozia, la vicinanza al movimento è stata ribadita anche dal parlamentare laburista Ben Bradshaw.

La Scozia deve scegliere di nuovo

Non è bastata la giornata di pioggia a fermare la manifestazione, prima tappa del tour in otto eventi indetto dall’Auob per il 2020, anno del 700esimo anniversario dalla dichiarazione d’indipendenza. Nel 2014, quando al numero 10 di Downing street abitava James Cameron, venne concessa la possibilità di indire il referendum, che si concluse con la decisione del popolo di rimane all’interno del Regno. Tuttavia, dopo la tornata referendaria del 2016 sulla Brexit, le volontà degli scozzesi sembrano essere cambiate.

Le richieste da parte del Snp di indire un nuovo referendum sono iniziate nel 2017, quando il primo ministro britannico era Theresa May. Tuttavia, la proposta scozzese venne respinta, prediligendo l’unità del Paese nella difficile fase di trattative con l’Unione Europea. Stessa posizione tenuta attualmente da Boris Johnson, il quale tuttavia ha dichiarato di voler “prendere in considerazione” le richieste di Sturgeon. Il tentennamento della politica inglese e soprattutto l’avversione al referendum della Scozia è però dovuto alla possibilità – questa volta quasi certezza – che la consultazione popolare si concluda con un leave; ed in questo momento per Londra rischierebbe di diventare un grosso problema per la ripresa successiva all’uscita dal mercato unico europeo.

Inoltre, secondo il primo ministro scozzese Sturgeon, Johnson non avrebbe alcun di diritto di traghettare la Scozia fuori dall’Unione europea, in quanto nel referendum del 2016 il popolo scozzese si espresse in favore del remain. A questo proposito, se il governo centrale si rifiuterà di prendere in considerazione le richiesta della Scozia, l’Snp sarà pronto a dare battaglia con tutti gli strumenti a propria disposizione.

Gli ostacoli per il referendum

La strada che condurrà all’impostazione eventuale di una consultazione popolare è però ancora molto lunga e complessa. In primo luogo, come già sottolineato, le paure britanniche potranno cercare di smorzare la tensione posticipando i tempi, sperando di recuperare parte dei delusi dalla Brexit. In secondo luogo, dopo l’incoronazione elettorale del Snp con 48 seggi conquistati su 59, i partiti dell’opposizione hanno la necessità di riassestarsi per le elezioni legislative del prossimo anno. Una vittoria del leave, in questo scenario, si tradurrebbe con l’ennesimo scroscio elettorale per l’Snp, che per la prima volta potrebbe superare il 50% dei consensi effettivi.

In aggiunta, le posizioni tenute dalle alte sfere politiche del governo del Regno Unito non sembrano favorevoli ad un’apertura nei confronti della Sturgeon. Con il grande appoggio parlamentare di cui godono i tories, inoltre, non sono necessari nemmeno accordi politici esterni, che potrebbero in qualche modo giovare alla causa scozzese per il peso a Westminster dell’Snp. Particolare, questo, che sottolinea come il percorso intrapreso dal popolo della Scozia sia ancora molto lungo; sebbene questa volta gli scozzesi sembrino intenzionati a portarlo sino in fondo.

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