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Il 70% della popolazione mondiale vive in un regime autocratico. In media, il livello di democrazia di cui gode un cittadino è ai livelli del 1989. Gli Stati che stanno vivendo un deterioramento della democrazia sono 35, dieci anni fa erano solamente cinque. Lo stesso numero vale per gli Stati in cui la libertà di stampa viene limitata. E la fiducia nelle democrazie che ancora (r)esistono sta diminuendo.

È questa l’immagine che risulta dal Democracy Report 2022 dell’Istituto V-Dem e dal Democracy Index 2021 dell’Economist Intelligence Unit (Eiu): una democrazia agli stremi, regimi democratici deboli che vengono infiltrati da tendenze autocratiche e democrazie storicamente forti che vedono la fiducia da parte delle loro popolazioni in calo.

La pandemia di Covid-19 è servita da catalizzatore a delle tendenze già presenti nell’ecosistema, che sono perlopiù il risultato di un susseguirsi di eventi importanti e destabilizzanti, quali per esempio crisi economiche, politiche e sociali e la pandemia Covid-19, che si sono unite a una predisposizione critica di alcuni cittadini.

Come spiegare queste tendenze

Bisogna partire da alcuni presupposti: le persone si fidano di meno di un governo formato da un partito che non hanno votato o che non rappresenta la loro posizione politica. Altrettanto è da osservare che laddove siano in atto delle crisi, di qualunque genere, le persone tendono ad attribuirne la responsabilità al governo. L’effetto di “rally ‘round the flag”, dove in caso di crisi improvvise le persone si riuniscono intorno alla propria “bandiera”, perde di impulso dopo un po’ e se la crisi proseguirà, il risultato sarà molto probabilmente un rinnovato calo della fiducia. Inoltre, la fiducia è maggiore nelle istituzioni e minore in quelle che sono figure politiche e partiti, specialmente laddove la popolazione ha l’impressione che questi attori cerchino solo di perseguire i propri interessi.

In un sistema internazionale liberale, in cui il flusso dei mercati e dell’informazione è ininterrotto, può succedere che le persone abbiano l’impressione di perdere il senso di controllo di ciò che li succede attorno e che si sentano attori passivi di un sistema. Il bisogno innato di ordine rischia così di portare a una nuova identificazione di quello che è il “noi” e il “loro“, ovvero di quello che è il confine tra una comunità con un’identità condivisa e di quello che è estraneo. La polarizzazione, in questo senso, viene accelerata, almeno in parte, dall’uso di internet: durante la pandemia il web è diventato punto di approdo, ancora di più di quanto non lo fosse già, per informarsi e mantenere un minimo di contatti sociali. È qui che si fanno largo due fenomeni associati all’attività sul web: le filter bubbles e gli echo chambers. Il primo fenomeno delinea come ogni individuo di internet si trovi all’interno di una bolla che filtra il contenuto al quale viene esposto un utente, in base ad algoritmi che analizzano i suoi interessi e le sue preferenze. Le camere d’eco sono invece tipiche dei siti di social media, dove persone con interessi simili si ritrovano inserite in “stanze” virtuali a discutere delle loro idee e opinioni.

Viene naturale la ricerca di contatti con persone che abbiano opinioni simili alle proprie, comportamento noto come bias di conferma, un bias cognitivo per il quale le persone tendono naturalmente a rimanere dentro ambiti e discussioni che confermano le loro convinzioni pre-acquisite. I fenomeni appena descritti risultano però “pericolosi” in quanto tendono ad isolare la persona da opinioni e informazioni diverse dalle proprie, “chiudendo” per così dire la stanza da quello che può essere uno scambio di informazioni costruttivo.

La rivolta americana

Prendiamo l’esempio dell’insurrezione della destra americana del 6 gennaio 2021 in cui un gruppo di manifestanti ha invaso le strade di Washington D.C. e preso d’assalto il Campidoglio, sede del Congresso americano che in quel momento stava procedendo alla formalizzazione della nomina a presidente degli Stati Uniti di Joe Biden. Gli insorgenti hanno richiesto l’annullamento delle elezioni “fraudolente” che avevano eletto Biden come successore di Donald J. Trump, inneggiando a Trump e utilizzando slogan come “Stop the steal – Fermate il furto.”

Questo atto di terrorismo interno, come è stato definito successivamente dall’Fbi, è stato l’apice di un processo iniziato anni dapprima e consolidatosi durante, e in parte anche grazie a, la presidenza Trump. Il presidente ha fatto infatti poco per mitigare la divisione sociale che si è stagliata in modo sempre più netto durante il suo mandato e anzi, ha appoggiato posizioni pericolose e radicali quali ad esempio quelle del gruppo QAnon, movimento di estrema destra americano.

L’orientamento apparentemente estremista di alcuni sostenitori di Trump non è però un fenomeno tanto circoscritto quanto si sperava inizialmente. In una delle ultime pubblicazioni documentarie rilasciate in adempimento al Foia (Freedom of Information Act), l’Fbi ha pubblicato una mail, rivolta a Paul Abbate, attuale vicedirettore dell’Fbi, datata 13 gennaio 2021, nella quale viene fatta presente l’esistenza di un numero non specificato di simpatizzanti delle insurrezioni del 6 gennaio facenti parte dell’Fbi e delle forze dell’ordine. Si legge ad esempio: “ho parlato con molti agenti afroamericani che hanno declinato offerte di entrare a fare parte dello Swat, perché non convinti del fatto che ogni singolo membro del loro team li proteggerebbe durante un attacco armato.”

Il risultato delle elezioni di metà mandato non ha però portato la “Red Wave”, l’ondata dei repubblicani, tanto prevista. Anzi, secondo il New York Times, si tratta di uno dei risultati migliori degli ultimi due decenni. Ma la candidatura per le elezioni presidenziali del 2024 da parte di Trump incontra una posizione dura di Biden, che lo identifica sempre ancora come la minaccia più grave per la democrazia statunitense.

Il caso italiano

Uno degli strumenti utilizzati per misurare il grado della fiducia nella democrazia è l’affluenza al voto. L’Italia quest’anno ha toccato il minimo storico, con un’affluenza del 63,9%. Dato poco sorprendente, se vediamo che secondo l’Istat solo il 37% degli italiani attribuisce un alto grado di fiducia al governo nazionale e solo un quinto dei cittadini ne attribuisce ai partiti.

Sarebbe riduttivo attribuire la diminuzione della fiducia a fenomeni di clusterizzazione online, lo sgretolamento della fiducia nella democrazia e nelle sue istituzioni è anche una risposta alla mancanza di valori: la globalizzazione e la susseguente interconnessione delle democrazie (principalmente occidentali) sta avendo un effetto lesivo sull’identificazione di valori politici nazionali dei loro cittadini. Il disorientamento causato dalla contaminazione di più obiettivi, bisogni e interessi, può spingere le persone verso un sentimento di maggiore confusione e quindi minore fiducia, o anche verso ideologie più estreme perché detentrici di valori più forti e chiari. Per analizzare un fenomeno che non richiami l’adesione a gruppi estremisti quali ad esempio The Base o QAnon, che comunque rappresentano un fenomeno circoscritto, basta osservare l’orientamento di destra che stanno prendendo molti governi dell’Europa occidentale. Uno spostamento da parte dell’elettorato verso posizioni che mettono in risalto valori nazionalisti è, in fondo, una delle prime reazioni a periodi di crisi.

Le implicazioni di un mondo aperto e vulnerabile

Alle persone si sta stagliando davanti un mondo in cui le decisioni politiche vengono prese all’interno di flussi globalizzati, percepite come scelte fatte per arricchire pochi invece che molti, ma i cui risultati, negativi e positivi, ricadono su tutti. Questo sentimento è fortemente presente nei paesi in cui l’infiltrazione di pratiche di corruzione è alta e fa sì che si rinforzi l’idea di un “noi”, individuato in questo caso nella popolazione, contrapposto a un “loro”, identificato con chi governa, come è successo ad esempio in Libano.

Delocalizzazione della produzione, disastri ambientali, pandemie avvertite in ritardo, crisi economiche come quella causata dal governo di Liz Truss, fanno sì che lo scontento all’interno della popolazione cresca e lasci spazio a dubbi e rancori, rivolti soprattutto verso il governo in carica. In paesi di antica democratizzazione questi malumori si risolvono solitamente entro i dibattiti pubblici, ma nei paesi più deboli, economicamente e politicamente, si infiltrano facilmente pratiche che aprono a prese di potere autoritario. La pandemia ha funto da benzina sul fuoco per alcuni di questi Stati, un esempio eclatante è il Myanmar.

Ciononostante, i paesi con le democrazie apparentemente più forti non possono cullarsi in sicurezza. “Se determinati comportamenti, attuati da uno Stato, non vengono sanzionati, verranno normalizzati e da lì si diffonderanno ad altri,” ha avvertito Edward Snowden, parlando della Cina durante un’intervista a Vice nel 2020. Analizzando l’introduzione di misure volte a controllare la diffusione della pandemia Covid-19 in Cina, adottate però anche ad esempio in Corea del Sud e in Giappone, è arrivato alla conclusione che potrebbero trasformarsi facilmente in strumenti di oppressione. Snowden ha sfiorato il tema della fragilità delle democrazie, che proprio per la loro natura di luogo aperto a molteplici opinioni, sono più facilmente infiltrate dall’esterno, anche da influssi autoritari.

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