“Oltre il 70% dei matrimoni sono ancora forzati, come lecito è il baad (scambio di donne della famiglia per dirimere questioni, nda) e la zina è tutt’ora diffusa (punizione dei rapporti extramatrimoniali). Inoltre, gli attivisti dei diritti delle donne vengono spesso uccisi” scrive l’analista Kenneth Kazman in Afghanistan: Post-Taliban Governance, Security, and U.S. Policy, rapporto del giugno 2016 sulla situazione afghana. Un quadro non certo rassicurante e che palesa il persistere di politiche sociali strettamente legate alla tradizione coranica, malgrado la Kabul dei Talebani sia capitolata ormai da quindici anni.Per approfondire: Afghanistan, perché la guerra non finisce maiFuori dai grandi centri, continuano a sopravvivere usanze che né l’occupazione sovietica, né quella degli Stati Uniti e dei suoi alleati sono riuscite a scalfire. L’autorità centrale, dal canto suo, è costantemente impegnata in attività di contrasto alla guerriglia e di sorveglianza di un territorio che coniuga le asperità fisiche con l’impenetrabilità delle sue tribù.Come Mohammed Najibullah (Presidente della RDA), l’attuale Presidente della Repubblica Islamica d’Afghanistan Ashraf Ghani Ahmadzai impegna polizia ed esercito nel tentativo di arginare milizie che, stando al rapporto di Kenneth, non sono soltanto i talebani e i miliziani dello Stato Islamico – Provincia del Khorasan (ISKP). Dal 2001, infatti, nel paese operano realtà diverse: la rete Haqqani, il National Islamic Movement of Afghanistan, Hizb-e-Wahdat, la fazione Hikmatyar. E, ancora, Islamic Movement of Uzbekistan, Harakat ul-Jihad Islami, Lashkar-e-Tayyiba affiliati ad al Qaeda. Una composizione, quindi, eterogenea che contribuisce a destabilizzare le province e a dividere le forze di polizia, limitando molto l’azione di contenimento.Per approfondire: I talebani, il Califfo e il traffico d’oppioNe I talebani, il Califfato e il traffico d’oppio si era già accennato alla possibile parabola discendente degli eredi del Mullah Omar, divisi fra la guerra a Kabul e un nuovo, potenziale concorrente, l’ ISKP. Inoltre, gli “studenti coranici” hanno perso, dall’inizio della loro offensiva di aprile, due importanti leader: il Mullah Mansour, caduto in maggio e il Mullah Qasim, un duro colpo alla leadership del movimento.Anche l’ ISKP non è stato risparmiato: il Brigadiere Generale Charles Cleveland, analista del sottosegretario alla difesa degli Stati Uniti, ha affermato infatti che gli attacchi aerei hanno costretto i sodali dell’Isis a cedere, nell’arco di tre mesi, tre delle otto province da essi controllate. Ma il pericolo Isis resta sia per le popolazioni locali, sia per i talebani che con la morte delle loro guide rischiano di sbandarsi e di lasciare vuoti di potere.Vuoti che verrebbero colmati, probabilmente da nuove realtà jihadiste finora rimaste nell’ombra o meno interessate dai raid occidentali. D’altronde, le aree di confine con le ex repubbliche sovietiche di Uzbekistan e Tagikistan offrono riparo e vie di fuga in paesi in cui gli scarsi controlli delle autorità facilitano il transito di terroristi e di contrabbandieri di droga, rendendo di conseguenza la campagna di counterinsurgency warfare più ardua e dispendiosa.Per approfondire: Afghanistan, ventre molle di PutinGià, perché quello dei costi è un altro grande problema per il futuro della repubblica centro asiatica: secondo Katzman, nel 2016 gli stanziamenti per equipaggiare l’Afghan National Defense and Security Forces (ANDSF) saranno di circa 5 miliardi di dollari; ma Kabul, per questioni di budget, potrà contribuire con soli 500 milioni.La sopravvivenza dell’Afghanistan resta, dunque, legata agli Stati Uniti e all’impegno di questi ultimi nel garantire finanziamenti per armare le forze di difese e per la costruzione di opere pubbliche, vie di comunicazione, mantenimento di servizi essenziali.Inoltre, una politica interna autoritaria, la difficoltà oggettiva ad abbandonare usanze legate alla tradizione religiosa, un PIL fra i più bassi del mondo sono fattori destabilizzanti che continueranno, nel tempo, a fare delle aree rurali e montane del paese un terreno di conquista per nuovi gruppi di combattenti dello jihad.

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