Oggi esce Esperanza. La vera storia di un uomo contro una dittatura africana (Slow News 18,00 euro), scritto a quattro mani dal giornalista Andrea Spinelli Barrile e da Roberto Berardi, un italiano detenuto ingiustamente per due anni e mezzo in una cella angusta di un carcere in Guinea Equatoriale.Il volume racconta la storia di Roberto Berardi, il prigioniero personale di Teodorin Nguema, vicepresidente e figlio del dittatore del Paese africano. Ma non solo. Come ci spiega Spinelli Barrile, “è anche la storia della battaglia di un uomo e della sua famiglia per la verità”. Berardi è stato “lasciato solo dalle autorità italiane, ma ha trovato nell’amore e nella dignità la forza per combattere la sua battaglia più dura, quella per la sopravvivenza”.Ci racconta la drammatica storia di Berardi?La storia di Berardi è una storia africana: un imprenditore di successo che per 20 anni svolge la sua attività in Africa occidentale che si trova avviluppato in una truffa orchestrata dal suo potente socio ai suoi danni. E’ stato accusato di riciclaggio di denaro dalla magistratura americana, operazioni che a sua insaputa venivano effettuate dal suo socio. Ha dimostrato la propria innocenza e, per questo, è stato messo in prigione. Volevano ammazzarlo, metterlo a tacere per sempre, ma la tenacia di quell’uomo ha rovinato completamente i piani della dittatura nguemista della Guinea Equatoriale.Quali erano le accuse e come si è svolto il processo?Le accuse erano di appropriazione indebita di beni della società che avevano creato Berardi e Teodorin Nguema, vicepresidente in Guinea Equatoriale e figlio del Presidente più longevo del continente. Il processo si è svolto a porte chiuse, Berardi non ha potuto nemmeno scegliersi liberamente l’avvocato, con un’udienza sbrigativa e farsesca: il giudice parlava al telefono con gli uffici della presidenza che ordinavano i provvedimenti da prendere, non è stata portata nessuna prova a carico dell’accusa e la stessa sentenza è contraddittoria e miope, giudicata “illegittima” dalle organizzazioni non governative, Nazioni Unite, Unione Africana ed altre istituzioni internazionali.Chi ha cercato di aiutare Berardi per uscire da questo incubo?La prima persona cui Berardi si è rivolto è se stesso e devo dire che ha fatto molto bene ad affidarsi alla sua capacità di resilienza. La sua tenacia ha smosso quella che egli stesso definisce “una montagna di granelli si sabbia” che lentamente ma inesorabilmente si è mossa per aiutarlo: la sua famiglia ha fatto un lavoro doloroso ma necessario, nell’impossibilità di andare a trovarlo e temendo per la sua vita ogni giorno di più. C’è stata un’unione incredibile tra la sua famiglia e i suoi amici in Italia, a Latina, coordinata dal fratello in Germania, che ha gestito anche molti contatti con le associazioni. Si sono mobilitate le più importanti ong internazionali per i diritti umani e contro la corruzione. Io stesso, scrivendo della sua storia, ho contribuito ad aiutarlo. Ma l’aiuto più grande è stato quello di Esperanza, una giovane guineana lucidamente folle che ha messo la sua stessa vita a rischio per assistere Berardi durante due anni e mezzo di inferno: Esperanza ha permesso che Roberto avesse sempre un telefono a disposizione, gli portava cibo e quei pochi medicinali che riusciva a far entrare, coordinava molti detenuti per l’assistenza interna. Con Esperanza Berardi ha persino pianificato due tentativi di evasione…I momenti più difficili?Sono stati molti. Proviamo a immaginare questo: come ci sentiremmo noi, uomini bianchi e borghesi, a essere presi di notte da casa nostra, caricati da uomini armati su un pickup e sbattuti in una cella di un carcere in Africa centrale?Oggi Berardi è rientrato in Italia, ma non potrà mai dimenticare questa esperienza…Dice di “avere sofferto ed avere compreso”. Berardi l’Africa ce l’ha nel sangue e sono certo che quest’esperienza, che gli ha cambiato alcune percezioni del mondo, resterà indelebile nella sua memoria. Ha un carattere molto forte, non si tratta di “superare” o “accettare” questa esperienza: lui stesso dice che, in fondo, ciò che ha tratto da questa brutta esperienza è stato tanto di positivo. Ha imparato molto, di se stesso e degli uomini, e sono certo che valorizzerà quanto di “positivo” ha imparato.Nel libro definite la Guinea Equatoriale un Paese sotto dittatura. Perchè?La Guinea Equatoriale è tanto sconosciuta quanto terribile. La corruzione ai più alti livelli del potere, un potere tribalistico-familistico detenuto da quasi 40 anni dalla stessa persona, impone un sistema di repressione spietato: si finisce in galera perchè si denuncia uno stupro o perché non si hanno i soldi per pagare la tangente, si finisce torturati e spesso ammazzati se trovati senza documenti o per una parola di troppo. La maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà ma il reddito pro-capite è di circa 30.000 euro l’anno: il terrore diffuso con cui la famiglia Obiang governa quel paese, l’ignoranza profonda nella quale viene mantenuta la popolazione e la corruzione sono i tre elementi cardine che contribuiscono al mantenimento, ben saldo, del potere del clan. Alle ultime elezioni gli unici partiti di opposizione reale sono stati banditi e nei giorni successivi si è assistito alla deportazione di massa di migliaia di cittadini stranieri africani, lavoratori regolari anche di alto profilo professionale, arrestati, derubati e cacciati dal Paese.Che ruolo ha Teodorin Nguema e quali sono gli sporchi giri d’affari a cui è collegato?Teodorin Nguema, secondo l’ultima classifica di Trasparency International, è tra i “15 casi di corruzione più clamorosi del mondo”. Il suo ruolo è chiave per capire come funziona la corruzione in Africa, come funziona il riciclaggio all’estero e come può essere gestito con arroganza e spietatezza un potere praticamente infinito. In Guinea tutti hanno paura del “fratello maggiore” ma allo stesso tempo egli non è amato dal popolo, un sentimento ricambiato. Nguema è un viziato assetato di denaro, un ego smisurato che nasconde profonde fragilità.Ci sono altri italiani nelle prigioni del Paese africano?Sì. Ci sono attualmente due cittadini italiani, padre e figlio, detenuti nello stesso carcere in cui era detenuto Berardi, a Bata. Per fortuna le denunce fatte da Berardi, sia in carcere che fuori, hanno aumentato l’attenzione sul Paese, sia mediatica che da parte delle autorità italiane, e persuaso il regime a garantire loro un regime di detenzione più umano. La condanna però è pesantissima, uno 33 anni e l’altro 21 anni, e secondo quanto mi è stato detto dal loro avvocato guineano il processo è stato anche in questo caso piuttosto farsesco.Perchè definite il libro un romanzo?Lo definiamo un romanzo-verità. La forma del romanzo è stata scelta per tutelare molti dei personaggi che sono presenti nel libro, a partire proprio da Esperanza il cui nome dà il titolo all’opera. Molti di loro vivono e lavorano ancora in Guinea, altri restano detenuti, e descrivere accuratamente nomi e situazioni avrebbe messo seriamente a rischio la loro incolumità.Come mai si è avvicinato alla storia di Berardi?E’ stato un caso che mi ha cambiato la vita. Un amico un giorno mi accennò alla vicenda, che mi pareva assurda. Così assurda da essere irreale. Mi misi in contatto con un cugino di Berardi il quale mi aprì i contatti con tutta la famiglia, soprattutto con il fratello che si trova in Germania. Più ne leggevo, più ne studiavo e più mi pareva irreale: come era possibile che nessuno se ne occupasse? Come era possibile che la Farnesina titubasse con quell’imbarazzo? Ho letto cose, documenti ufficiali e comunicazioni non ufficiali, raccolto dichiarazioni e testimonianze da far accapponare la pelle: come era possibile lasciare che quella storia non avesse eco?

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