Dall’inizio dell’anno vi sono stati almeno 35 suicidi di indigeni australiani, tre dei quali avevano appena 12 anni. L’Australia si trova nel bel mezzo di una delle più tragiche “epidemie” di suicidi nelle comunità aborigene, con vittime che per il 68% hanno meno di 30 anni e per il 27% meno di 20. Una situazione drammatica che sembra non volersi arrestare, tantomeno trovare rimedio, in particolare nei giovani, per i quali il suicidio è la principale causa di morte. Traumi da abusi provocati dai genitori adottivi o dalle stesse comunità, razzismo, sfratti e povertà sono i principali fattori che spingono questa popolazione all’estremo gesto, diventato oramai non solo una pratica normalizzata ma perfino detonatore di un effetto contagio dal quale circa il 95% degli aborigeni viene affetto.

Ma partiamo dalle origini. Le civiltà aborigene in Australia, come notifica il recente rapporto sui suicidi giovanili condotto dal coroner del Western Australia Ros Fogliani, sono al centro di distorsioni intergenerazionali da ben 150 anni: la Stolen generation, o generazione rubata, è il nome con cui vengono indicati i bambini australiani aborigeni e isolani dello stretto di Torres allontanati dalle loro famiglie da parte dei governi federali australiani e dalle missioni religiose. Ancora oggi non si conoscono le reali intenzioni che spinsero i territori australiani all’attuazione di queste norme, e ancora oggi questo fenomeno affligge il popolo aborigeno. Dal 2008 a oggi, infatti, il numero di bambini aborigeni “in cura” – e quindi sottratti alle famiglie di origine – è aumentato del 65%: sono quasi 8 volte di più le probabilità per un giovane aborigeno di essere oggetto di un intervento dipartimentale. 

Il perché? L’attuale generazione, secondo Julie Tommy Walker, leader aborigena e donna Innawonga, non riuscirà mai a uscire dal giogo della sottrazione della prole, in quanto gran parte delle famiglie indigene vive in uno stato di povertà assoluta, abbandonate dallo Stato e segregate in comunità isolate dalle città principali, dove noia e frustrazione inducono gli abitanti all’uso smisurato di alcol e droghe. Come se non bastasse, dalla lettera congiunta dell’Australasian College of Physicians, l’Australian and New Zealand College of Psychiatrists e il National Aboriginal Health Organization, supportate dall’allarme lanciato dai Vescovi cattolici australiani, a sobillare l’atto di togliersi la vita in queste popolazioni è anche (e con un certo peso) il mix letale di dolore per la perdita della propria terra e la disconnessione da quel supporto economico che il Governo, in primis nel Northern Territory, ha deciso di interrompere nel 2007 fino, con recenti integrazioni, al 2022. 

Il processo di gentrificazione ha spinto molti aborigeni lontano dalle terre natie, il che per molti anziani delle comunità ha provocato anche un allontanamento dalla cultura tradizionale. Abbandonati all’autogoverno e alla battaglia con i demoni del passato che di padre in figlio continuo a perseguitarli, gli indigeni non ricevono aiuto alcuno, le comunità implodano e le condizioni di vita stentano a rimanere umane.  Il governo di Scott Morrison, attaccato duramente per la lassismo su questo tema, al momento non è stato capace di mettere in campo alcun provvedimento di urgenza per intervenire e arginare l’onda d’urto. I numerosi raid nei campi indigeni attuati dalle forze dell’ordine, al contrario, hanno portato alla rimozione delle figure genitoriali con successivo picco dei suicidi, spesso per impiccagione, proprio quando incarcerati.

Lontane le scuse del governo australiano, pertanto, il sistema welfare per le popolazioni aborigene si è trasformato in un nodo scorsoio letale. Abolito il progetto di sviluppo delle comunità finanziate dal governo (Cdep), è stato inoltre messo in quarantena il 50% dei pagamenti del welfare, sospesa la legge sulla discriminazione razziale (Rda) e imposti per i bambini aborigeni dei controlli sanitari obbligatori senza consultazione dei genitori. “L’intervento ha avuto conseguenze che avranno ripercussioni per generazioni” spiega il professore Mick Dodson, leader aborigeno, che insieme a Djapirri Mununggirritj, Dhanggal Gurruwiwi e altri portavoce delle comunità più antiche porta avanti una battaglia di opposizione alle ingerenze statali, mirata soprattutto alla sensibilizzazione nelle scuole e nei luoghi di lavoro. 

A margine dei macro problemi, per giunta, l’effetto matriosca colpisce vari livelli della società, a partire proprio dagli istituti scolastici. I casi di bullismo sono in continuo aumento, sia da parte degli australiani sia all’interno delle stesse comunità dei nativi. Questa escalation di violenza ha toccato il suo punto più basso nel 2015, quando una bambina di soli 10 anni si è tolta la vita dopo aver subito vessazioni e abusi. 

Secondo il rapporto “Il progresso può uccidere” del movimento mondiali per i diritti dei popoli indigeni, Survival International, gli Aborigeni hanno sei volte più probabilità di morire in età infantile rispetto agli altri cittadini australiani e loro aspettativa di vita alla nascita è di 17-20 anni inferiore. A condizionare questi dati, infine, subentra altresì l’aggravante emotiva e umana. La totale assenza di autostima nei giovani aborigeni, sommata alla scarsa interazione con i coetanei autoctoni e non, nel 2013-14 ha istigato sette dei ventitré bambini del Queensland coinvolti a suicidarsi solo per attirare attenzioni. Le indagini e le ricerche psicologiche hanno dimostrato che durante le cerimonie funebri tradizionali – che possono durare per giorni – i giovani notano la maggiore considerazione che il defunto ottiene, e ciò purtroppo li spinge a togliersi la vita solo per avere lo stesso trattamento.

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