Il riciclo, l’attenzione per l’ambiente e la riduzione della produzione di rifiuti – soprattutto plastici – sono da anni al centro dell’agenda dell’Unione europea, come dimostra anche il contenuto del Green Deal di matrice comunitaria. Eppure ben poche volte si racconta di come gli obiettivi che i Paesi membri si prefiggono di raggiungere nella tutela del proprio ecosistema si trasformino in un danno per altri territori, alle volte nemmeno troppo lontani.

È questo il caso della Turchia, diventata in breve tempo la discarica d’Europa. A gettare una luce sul ciclo di vita dei rifiuti europei e sulla loro gestione è un report pubblicato da Eurostat in cui sono riportati i flussi di import-export di rifiuti verso Paesi extra-Ue. Al primo posto, con 11.4 milioni di tonnellate di materiale importato, si colloca proprio la Turchia, seguita dall’India che riceve però solo 2.9 tonnellate di rifiuti prodotti all’interno dell’Unione.

A determinare un simile aumento dei flussi di rifiuti dal Vecchio continente verso il Paese anatolico è stata l’introduzione in Cina di una legge che limita l’import di materiale proveniente dall’estero. Pechino, fino al 2018, trattava il 45% di tutta la plastica prodotta nel mondo e riceveva milioni di tonnellate di carta, cartone, imballaggi e tessuti tessili provenienti dall’Europa. L’opposizione crescente della classe media nei confronti di questa pratica e le sempre più numerose problematiche ambientali hanno però costretto il Governo cinese a rivedere le proprie politiche e ad imporre un limite all’import di rifiuti.

Come spiega Politico, il venir meno delle discariche cinesi è stato un duro colpo per l’Europa – e non solo – che ha dovuto quindi trovare in breve tempo un altro Paese in cui scaricare parte dei propri rifiuti. È qui che entra in scena la Turchia e quelle aziende che hanno un disperato bisogno di materiale da riciclare per il proprio funzionamento.

Uno dei problemi del Paese anatolico è proprio la scarsa attenzione che le amministrazioni locali riservano al tema del riciclo. Secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la Turchia è il Paese con la più bassa quota di rifiuti riciclati e lo stesso Istituto di statistica turco ha sottolineato come solo il 12% della spazzatura prodotta dai municipi venga trattata correttamente.

Di conseguenza, le aziende che hanno puntato sul riciclo hanno bisogno di importare dall’estero il materiale necessario per il loro funzionamento in attesa che anche in Turchia non si arrivi ad una migliore gestione dei rifiuti prodotti all’interno del Paese stesso.

Le problematiche ambientali

Come è facile immagine, l’import di rifiuti dall’Ue ha un enorme impatto ambientale. Come denunciato dal Wwf, non sempre i materiali che arrivano in Turchia sono correttamente riciclati e nel sottosuolo e nelle falde acquifere sono già presenti almeno 1.1 milioni di tonnellate di rifiuti.

Per far fronte a questo problema, ad agosto del 2020 il ministro dell’Ambiente ha proposto una riduzione del 50% dell’import di materiale destinato alle discariche del Paese, ma ad oggi nessun passo avanti è stato ancora fatto. Deludenti sono stati anche i risultati della campagna “Zero rifiuti” lanciata nel 2017 dalla first lady Emine Erdogan, che puntava ad un aumento del 35% dei rifiuti riciclati entro il 2023.

Intanto le associazioni ambientaliste continuano a trovare depositi illegali di materiale plastico scaricato abusivamente in zone remote del Paese: nel settembre del 2019, per esempio, Greenpeace denunciò la presenza in provincia di Smirne di cinquanta balle di rifiuti provenienti dall’Italia.

Ma il flusso di rifiuti dall’Ue alla Turchia non rappresenta un problema solo per l’ambiente. Ad approfittare della situazione, come denunciato dall’Interpol, sono anche le organizzazioni criminali che vedono in questo settore un modo per aumentare i propri traffici illeciti.

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