L’Iran ha fatto un nuovo, importante passo avanti nel riconoscimento dei diritti delle donne. Di recente, sono state finalmente emesse le prime carte di identità per i figli di madri iraniane e padri stranieri, fino ad oggi privati del loro diritto alla cittadinanza. Prima dell’entrata in vigore della nuova legge, infatti, era possibile diventare cittadini della Repubblica iraniana solo per linea paterna, per cui tutti coloro che avevano un padre privo di passaporto iraniano erano considerati ugualmente stranieri.

Il mancato riconoscimento del diritto alla cittadinanza ha relegato per anni migliaia di ragazzi e ragazze ai margini della società, impedendo loro di compiere attività facilmente accessibili ai loro coetanei con un padre iraniano. Per fare solo alcuni esempi, i bambini privi di cittadinanza iraniana non potevano iscriversi a scuola – salvo in quelle appositamente pensate per chi è privo di documenti – né partecipare a qualsiasi attività che richiedesse la presentazione di un passaporto ed era persino impossibile per loro avere una SIM telefonica intestata, sempre in mancanza della documentazione necessaria.

Secondo le stime dalla vicepresidente del Dipartimento per gli Affari delle donne e della famiglia, Masoumeh Ebtekar, i minori senza cittadinanza oscillano tra i 50 e i 200 mila, una stima confermata dal numero di richieste di emissione di carte di identità ricevute dalle autorità competenti da maggio ad oggi. Fin dall’approvazione della legge, infatti, sono giunte 75 mila domande per l’ottenimento del documento di identità e le autorità si aspettano che il numero continui a crescere nei prossimi mesi.

Prima di quest’ultima modifica, i figli di padre straniero potevano accedere alla cittadinanza iraniana solo dopo i 18 anni e nel rispetto di condizioni particolarmente stringenti. Limitazioni così forti hanno avuto negli anni un impatto negativo anche sul settore economico, dato che trovare un lavoro senza carta di identità era ugualmente impossibile, almeno legalmente.

Il lungo iter legislativo

Arrivare al riconoscimento del diritto di acquisizione della cittadinanza per linea materna non è stato facile. La legge è stata discussa per la prima volta dal Parlamento iraniano nel 2006, ma a causa dell’opposizione della maggioranza dei suoi membri era stata riconosciuta la possibilità di fare richiesta per la cittadinanza solo a seguito del raggiungimento della maggiore età. La discussione è poi ripresa nel 2015, ma anche in questo caso non sono stati fatti significativi passi avanti: il timore di molti parlamentari era che l’approvazione di tale legge avrebbe incentivato l’immigrazione in Iran.

L’attenzione sull’acquisizione della cittadinanza per via materna è poi tornata al centro dell’agenda pubblica e politica nel 2017 con la morte della famosa matematica Maryam Mirzakhani. Sua figlia, come tanti altri giovani, non ancora entrata in possesso di un passaporto iraniano a causa delle origini del padre, proveniente dalla Repubblica Ceca, ma la fama della madre era stata sufficiente per riaccendere il dibattito sulla questione. Due anni dopo, nel 2019, il Parlamento ha finalmente approvato la legge che garantiva l’acquisizione della cittadinanza per linea materna, ma la riforma è entrata in vigore solo a maggio del 2020, mentre i primi passaporti sono stati emessi sono di recente.

Perché la legge potesse diventare effettiva, era infatti necessaria anche l’approvazione del Consiglio dei Guardiani, cui spetta il compito di verificare la conformità degli atti legislativi con la Legge islamica. L’Organismo aveva però sollevato dei dubbi sulla riforma, paventando possibili rischi per la sicurezza del Paese. Superato l’ostacolo del Consiglio, sono stati necessari altri mesi perché la legge potessi finalmente entrare in vigore e le prime carte di identità sono state emesse solo nelle ultime settimane. Dopo decenni di attesa, anche le donne hanno visto riconosciuto un diritto fondamentale concesso fino a poco fa soltanto alla controparte maschile.

Secondo diversi esperti, tra l’altro, la riforma dovrebbe avere un impatto positivo anche sul settore del lavoro e un possibile incremento dell’immigrazione sarebbe ugualmente una buona notizia per un Paese che ha registrato un significativo aumento l’età media della popolazione.

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