Con la pandemia di Coronavirus che ha raggiunto anche il continente nero, adesso anche l’Africa è dovuta correre ai ripari, cercando di mettere in campo misure volte a contenere la diffusione del patogeno. Dopo settimane passate a limitarsi a semplici istruzioni di igiene personale e sottovalutando gli impatti che avrebbe avuto sulla società, i primi segnali di risposta iniziano ora ad arrivare: nella speranza che ormai non sia già troppo tardi.

Lagos entra in quarantena

È la megalopoli nigeriana la prima città dell’Africa sub-sahariana a sperimentare le misure di lockdown che sono state attuate in Asia, Europa e America. L’unica particolarità è che in questo caso le persone confinate all’interno della propria abitazione saranno oltre 20 milioni, quasi un terzo della popolazione italiana; abitanti di una megalopoli che da sola detiene lo stesso Pil dell’intero Kenya, come riportato da La Stampa.

Bloccare la città di mare della Nigeria, in sintesi, significa fermare una larga fetta dell’economia dell’intero Paese: con i particolari drammi che saranno vissuti da tutte quelle persone che ancora al giorno d’oggi vivono alla giornata. E con i negozi a cui è stata imposta la serrata, scarsa accumulazione da parte delle famiglie e impossibilità di accedere ad un reddito minimo da garantire la sussistenza, la situazione si profila essere drammatica. Senza considerare infine le carenze igieniche della città, dove nelle baraccopoli diventa impossibile rispettare le distanze imposte dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Non soltanto Muhammadu Buhari ha messo però in campo le misure restrittive che per settimane hanno diviso l’opinione pubblica africana: anche il confinante Ghana ha imposto il coprifuoco alla propria popolazione che abita nelle grandi città del Paese. E da ieri infatti che gli abitanti di Kumasi, Accra e Tema hanno iniziato a convivere con le limitazioni imposte dal governo, nonostante anche in questo caso alle preoccupazioni riguardanti le possibilità di sopravvivenza dei ceti meno abbienti.

Sudafrica e Zimbabwe: i focolai della paura

Con oltre 1200 contagiati, è il Sudafrica che al momento sta facendo i conti con la più ampia diffusione del patogeno, pagando pegno per la sua più sviluppata economia che lo rende al centro dei commerci internazionali e di un clima temperato più favorevole alla diffusione del Covid-19. Nelle città del Paese sono già state imposte infatti dal premier Cyryl Ramaphosa le misure restrittive volte a confinare il più possibile la popolazione all’interno delle proprie abitazioni, arrivando a fermare addirittura l’acquisto dei tabacchi. Nonostante ciò la paura nel Paese sta dilagando anche a causa del numero dei contagi che non appresta a fermarsi, con i dati che segnano un trend tristemente in crescita.

Analoga risposta è stata quella fornita anche dal più povero Zimbabwe di Emmerson Mnangagwa, dove la popolazione è già vessata dalla carestia e dalle difficoltà nell’approvvigionamento dei beni di prima necessità. In questo caso però a tremare sono quelle poche attività che sono riuscite a sopravvivere agli ultimi difficili anni di recessione, che hanno portato il tasso di disoccupazione del Paese a superare l’80% e che adesso – con il lockdown – rischiano di subire la medesima sorte.

Pochi tamponi: i numeri dell’Africa sono falsati

A peggiore la situazione dell’intero continente, infine, sono i dati incerti proveniente dalle autorità sanitarie: in Africa infatti mancano persino i tamponi per accertare la positività o meno al Coronavirus. Ed in questo scenario, la possibilità che il numero dei contagi sia maggiore e soprattutto abbia già raggiunto anche le campagne sono davvero molto alte.

Il rischio attuale deriva appunto dalla possibilità che la diffusione del patogeno abbia già raggiunto un livello tale per cui il debole apparato sanitario dell’Africa non sia più in grado di fare i conti con i contagiati, in una situazione in cui anche interventi esterni appaiono del tutto impraticabili. Non saranno dunque sufficienti i 3miliardi di dollari promessi dalla Banca africana per lo sviluppo: gli investimenti sul sistema sanitario e sull’igiene delle città richiedono sforzi aggiuntivi che davvero appaiono inattuabili allo stato attuale. E in questo scenario, il rischio che l’Africa si trasformi nel nuovo e più pericoloso focolaio di Coronavirus è sempre maggiore e le sue ripercussioni interesseranno inevitabilmente anche i Paesi più sviluppati del Mondo.

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