In Cina le città sono suddivise idealmente in tre fasce in base alla loro estensione, all’importanza che hanno in ambito economico e alla densità abitativa. Va da sé che i centri urbani che appartengono alla prima fascia rappresentano la crème de la crème e sono le megalopoli più grandi, ricche e strategiche dell’ex Impero di Mezzo. Alcuni esempi? La capitale Pechino, con quasi 22 milioni di abitanti, Shanghai, oltre 24 milioni o Shenzen, più di 13 milioni.

Le città di seconda fascia, come Wuhan, 11 milioni di abitanti, sono più piccole, eppure, per estensione e giro di affari, possono essere tranquillamente paragonate alle grandi capitali europee. In terza fascia troviamo infine le città ancora in via di sviluppo, ovvero quelle che devono ancora fare i conti con le trasformazioni socio-economiche che negli ultimi decenni hanno cambiato volto alla Cina.

Una panoramica del genere ci aiuta a comprendere meglio lo scenario apocalittico cinese ai tempi del coronavirus. Megalopoli che fino a pochi mesi fa erano affollatissime, con negozi pieni, macchine incolonnate lungo le strade e trasporti pubblici in fermento, oggi sono ferme e vuote. In poche parole, sembrano città fantasma.

Pechino città surreale

A Pechino i grandi anelli che circondano la città sono deserti. Poche auto transitano lungo le corsie, mentre milioni di persone restano chiuse in casa. Alcune si sono blindate nei loro appartamenti per paura di essere contagiate dal coronavirus, altre perché infettate e altre ancora perché sono appena rientrate nella capitale e devono scontare la quarantena di 14 giorni imposta dalle autorità.

Nei grandi palazzoni possono entrare soltanto le persone che vi abitano. I residenti hanno ricevuto apposite tessere di riconoscimento che devono mostrare ai portieri del loro blocco ogniqualvolta entrano o escono dal complesso residenziale. La mascherina sulla faccia è obbligatoria e nessuno osa camminare a volto scoperto. I diktat del governo sono chiari: la prima battaglia della Cina coincide con l’annientamento del coronavirus e tutti, ma proprio tutti, devono fare la loro parte.

Le guardie controllano che tutto fili liscio. I negozi sono vuoti e la vendita dei biglietti per le più importanti attrazioni turistiche della città è sospesa a data da destinarsi. Molte persone, rientrate dopo le festività del Capodanno cinese, hanno ripreso a lavorare anche se lo fanno da remoto, dalle proprie abitazioni.

Desolazione a Shanghai e Wuhan

A poco più di mille chilometri a sud dalla capitale, a Shanghai, la situazione non è diversa. Nessuno di chi vi risiede ha mai visto questa città tanto vuota. La metropolitana, un colosso formato da 16 linee e 393 stazioni, è spettrale. La circolazione delle auto, che soprattutto nelle ore di punta contribuivano a ingolfare le arterie vitali della megalopoli, è pressoché inesistente. Va da sé che tutti gli eventi all’aperto e in pubblico sono stati cancellati dal calendario e rimandati a chissà quando.

A Wuhan, città infetta ed epicentro del contagio, la situazione è ancora peggiore. I controlli sono capillari e le autorità ricorrono perfino ai droni per far sì che nessuno disobbedisca agli ordini. Già queste situazioni contribuiscono a dare un’idea dell’enorme danno economico al quale deve far fronte la Cina. Se il motore è spento, la macchina non può muoversi. E il Pil non può continuare a crescere.

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