È un chiarissimo allarme quello lanciato dal Wto (World Trade Organization) e riguardante il commercio internazionale delle mascherine ed in linea generale dei presidi medici atti a combattere la diffusione del coronavirus. Stando al rapporto dell’organizzazione internazionale, sarebbero al momento almeno 80 i Paesi che hanno limitato se non addirittura bloccato la loro esportazione, limitando il commercio dei prodotti autoctoni soltanto all’interno dei confini nazionali. Questa situazione – chiaro segnale non solo della crisi sanitaria ma anche della bolla speculativa creatasi attorno ai prodotti sanitari – evidenzia quello che sarà il destino delle mascherine in questo 2020: essere preziose – quasi – quanto l’oro.

I prezzi sono saliti alle stelle

Sino a qualche mese fa, il costo medio di una mascherina chirurgica all’ingrosso si aggirava tra i 10 ed i 15 centesimi al pezzo; al giorno d’oggi è possibile reperirle – in quantità spesso contingentate – ad un prezzo al pubblico che può raggiungere anche i 3 euro.

Le cause di questo incremento vertiginoso sono da ricercarsi in due principali fattori: la scarsa produzione rispetto alla domanda – con a filiera che ancora non è riuscita a trovare il proprio equilibrio – e la paura che psicologicamente porta ad accettare un prezzo di acquisto più elevato. Mentre però nel primo caso si assiste a quello che – purtroppo o per fortuna – è una classica caratteristica del mercato e conosciuta sin dalla bolla speculativa dei tulipani dell’Olanda del 1636, nella seconda situazione si assiste a quella che è più nota come manipolazione dei bisogni della popolazione.

Dopo anni di totale liberismo economico a livello internazionale, con le conseguenze della pandemia quasi tutto il mondo si è scoperto avvezzo al protezionismo quando si tratta di salvaguardare i propri interessi. Mentre però ciò è sempre stato tollerabile per i colossi mondiali nei commerci internazionali, il fenomeno si è riproposto anche tra coloro che – sino a qualche mese – avevano professato i liberi confini ed il libero commercio interno, come nel caso dell’Unione europea.

Mentre l’Asia resiste, l’Europa va in crisi

Dopo aver per anni professato la delocalizzazione del lavoro per aumentare gli introiti aziendali e poter introdurre prodotti a basso costo sui mercati dell’Occidente, adesso l’Europa – ed in modo minore anche gli Usa – si scoprono vittime della loro stessa strategia economica. Con i confini bloccati e con le misure protezionistiche messe in campo sui prodotti sanitari e farmaceutici, i Paesi europei hanno difficoltà ad accedere a forniture di mascherine, guanti e igienizzanti prodotti dal mercato asiatico. Mentre però le merci in Occidente non arrivano, in Asia il loro reperimento è molto più semplice, grazie ad una accresciuta offerta causata dalla domanda estera che non può più essere soddisfatta. Ed in questo scenario, dunque, ci siamo improvvisamente riscoperti più poveri di coloro che sino a qualche mese fa consideravamo sfruttati e sottopagati.

Al tempo stesso, gli impianti produttivi della filiera del tessile europea – o quello che ne è rimasto – non sono stati in grado di adattarsi alla domanda interna: da un lato a causa della difficoltà nel reperire le materie prime e dall’altra a causa delle poche aziende rimaste operative a causa della concorrenza extracomunitaria.  Ed è stato così che, in ultima battuta, le mascherine si sono riscoperte il business speculativo del 2020: oro colato per chi già possedeva delle grandi scorte e salasso per chi ne ha bisogno per la vita di tutti i giorni.

La bolla ancora non è passata

Dopo le ultime dichiarazione degli istituti di sanità che hanno più volte ribadito la necessità di continuare ad indossare indumenti atti a non trasmettere l’infezione ancora per molti mesi, il trend non è destinato dunque a scendere nel breve periodo. E sebbene col passare delle settimane il mercato riuscirà a tendere ad un punto di equilibrio, difficilmente i prezzi torneranno ad essere quelli in vigore sino allo scorso anno.

Il vero problema diventa però a questo punto quello della distribuzione alla popolazione. Anche ammesso infatti che tutti coloro che ne hanno la possibilità le acquistino ed ai ceti più poveri vengano offerte, in mancanza delle forniture base è impossibile pensare che la popolazione rispetti le direttivi dell’Organizzazione mondiale della sanità (nonché dei regolamenti statali dei vari Paesi). Questa possibilità, dunque, potrebbe riflettersi anche sulle capacità di gestione della pandemia e sulla tenuta dello stesso sistema sanitario Occidentale che si è in queste settimane dimostrato quanto mai fragile. E in ultima battuta, potrebbe rivelarsi come il più grande segnale di fallimento di una politica economica portata avanti per quasi mezzo secolo e che tutto d’un tratto ha dimostrato le proprie debolezze.

 

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