Era la notte tra il 3 il 4 dicembre 1967. Al termine di cinque ore di intervento, al mondo veniva data una notizia: “Per la prima volta è stato effettuato un trapianto di cuore”. Ad annunciarlo è stato un chirurgo sudafricano, Christiaan Barnard. Tutto è stato svolto in Sudafrica e, precisamente, all’interno del Groote Schuur Hospital di Città del Capo. Un episodio in grado di testimoniare complessità e paradossi della sanità sudafricana. Capace da un lato di dare vita a importanti innovazioni, dall’altro di dare vita a un funzionamento specchio della disuguaglianza del Paese, acuita a livello economico dopo la fine dell’apartheid. Ma a prescindere, la sanità del Sudafrica è senza dubbio la più sviluppata del continente africano. Non è un caso dunque che è proprio che è stata scoperta la variante Omicron del virus Sars Cov2. E ora il Paese si trova con gli occhi del mondo puntati addosso.

Come funziona la sanità sudafricana?

Per anni il Sudafrica ha vissuto con l’onere e l’onore di rappresentare la prima economia del continente, forse l’unica realmente industrializzata. Anche la sanità dunque, nel contesto africano, ha assunto una certa rilevanza. Il detenere lo scettro di primo Paese in cui è stato effettuato un trapianto di cuore, è indubbiamente significativo. Oggi il comparto sanitario vive una situazione ambivalente. Da un lato è ritenuto ben sviluppato e ramificato in tutto il territorio. Dall’altro però sembra viaggiare a due velocità: c’è un sistema sanitario pubblico che annaspa tra carenza di fondi e strutture non sempre all’avanguardia, mentre il privato, pur servendo una fetta ridotta di cittadini dotati di assicurazione, riesce ad assorbire il 70% tra medici e infermieri impiegati nel Paese. Basta leggere la scheda informativa della Farnesina per notarlo: “La situazione sanitaria è complessivamente soddisfacente – riporta il portale del ministero degli Esteri – Il livello delle strutture sanitarie private, anche quelle altamente specializzate, è buono ancorché i costi di degenza possano essere assai elevati. Gli ospedali pubblici sono considerati scarsamente affidabili. Non si riscontrano particolari difficoltà nel reperimento dei maggiori farmaci in commercio”.

Secondo i dati del ministero della Sanità sudafricano, l’83% della popolazione non ha alcuna assicurazione sanitaria. Vuol dire quindi che almeno 40 milioni di cittadini devono ricorrere alle strutture pubbliche dove lavora soltanto il 30% del personale in servizio. Le prestazioni migliori sono invece riservate a quel 17% di sudafricani in possesso dell’assicurazione e in grado di sostenere spese maggiori. Un problema non da poco. La sviluppo economico degli ultimi anni, in grado di attrarre il Sudafrica nei cosiddetti “Brics“, ossia quel gruppo (oggi dissolto) di Paesi emergenti nel panorama politico, ha acuito invece che diminuito le disuguaglianze. Circostanza che ha portato a nuove tensioni sociali. Gli slum, ossia i quartieri più poveri, di Johannesburg, di Pretoria, di Città del Capo e delle più importanti città sudafricane sono contrassegnati da disoccupazione, violenza e scontri anche tra etnie diverse. Con l’avanzare del Covid la situazione è peggiorata. L’economia ha ulteriormente rallentato e in tanti hanno potuto toccare con mano il divario tra una sanità riservata a sempre meno ricchi e una invece poco curata per sempre più poveri. Resta però un fatto: la sanità sudafricana è comunque considerabile tra le più affidabili dell’area.

La situazione sanitaria nel Paese

Con l’avanzare delle disuguaglianze, il Sudafrica ha dovuto fare i conti anche con malattie solitamente diffuse in aree povere del pianeta e poco industrializzate. A partire dalla tubercolosi, in grado di raggiungere nel 2012 un’incidenza pari a 950 casi ogni 100.000 abitanti. Nel 2017 erano ancora 294.000 i pazienti colpiti da questa epidemia, 20.000 dei quali affetti da forme particolarmente gravi tanto da resistere alle attuali cure antibiotiche. Ma anche in questo caso, al fianco di dati negativi esistono elementi positivi da non sottovalutare. Nel 2015 sono stati più di 33.000 i sudafricani morti a causa della tubercolosi, un numero elevato ma in netto calo rispetto al 2009, quando invece è stata sforata quota 70.000. Vuol dire cioè che il Sudafrica ha i mezzi per sostenere la battaglia contro la tubercolosi ed è in grado, se non di ridimensionarla, quanto meno di tenere a bada l’epidemia. Ma molti dei mali sudafricani arrivano soprattutto dall’Hiv. Da solo il Paese ha al suo interno il 17% di tutti i contagiati a livello mondiale.

L’Hiv non rappresenta soltanto un problema sociale, di cui solo da pochi anni nell’opinione pubblica si è iniziato a discutere togliendo tabù e diffidenze varie. La malattia genera una profonda immunodepressione nei soggetti colpiti e questo facilita la corsa di altre epidemie, tubercolosi inclusa. Come sottolineato da Andrea Muratore su InsideOver, il Sudafrica si è mostrato un “campione mondiale” nella lotta all’Hiv, dimezzando quasi la percentuale di sieropositivi in 20 anni. Dati e circostanze dunque che mostrano come il Paese ha competenze e risorse per far crescere la propria sanità ed affrontare i malanni, fisici e sociali, più gravi. Il mondo, che ha pensato di ghettizzare subito il Sudafrica non appena si sono diffuse le notizie sulla variante Omicron, nell’aspettare quali dati scientifici emergeranno nelle prossime settimane, deve guardare considerare anche questo elemento. Forse non solo è stato un caso che la nuova versione del Covid sia emersa da queste parti, ma anche un bene: del Sudafrica, in ambito sanitario, si può fare affidamento.

I dati relativi a Omicron

Dalla sede del ministero della sanità di Pretoria i dati stanno arrivando con una certa costanza. Parlano di un notevole incremento di contagi in concomitanza con la diffusione della variante Omicron. Fino al 10 novembre la media giornaliera di nuovi casi era di 270, cifra schizzata a 15.043 il 9 dicembre. In un mese l’aumento è stato notevole. Le autorità confermano come oramai la Delta è quasi scomparsa, a favore invece di Omicron. Ma non ci sono particolari allarmi. Infatti all’incremento di contagi per adesso non ha corrisposto né un’impennata dei ricoveri e né dei decessi. Il 5 dicembre il Sudafrica ha registrato una sola vittima. La comunità scientifica locale consiglia prudenza. Juliet Pulliam, direttrice del centro di epidemiologia della Stellenbosch University di Città del Capo, sul Washington Post ha fatto presente che è ancora presto per trarre considerazioni finali. Angelique Coetzee, la dottoressa di Pretoria che per prima ha scoperto l’esistenza di Omicron, nelle sue interviste ha continuato a sottolineare la non presenza di gravi sintomi in buona parte dei contagiati. Ma la verità uscirà soltanto nelle prossime settimane.

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