In un primo momento la speranza degli esperti era che il calore estivo attenuasse la diffusione del Covid-19. Dal momento che il Sars-CoV-2 proveniva dalla famiglia dei coronavirus, della quale fa parte anche il raffreddore, si pensava che il suo comportamento seguisse comportamenti più o meno noti. Con le alte temperature – si sbilanciò una parte della comunità scientifica – il virus avrebbe perso intensità fino a evaporare come neve al sole.

Così non è stato, visto che in molti Paesi, dove l’umidità era alle stelle e il termometro di mercurio segnava valori consistenti, il coronavirus ha continuato a contagiare migliaia di persone. L’enigma è dunque ancora senza risposta. Anche se, bisogna sottolinearlo, alcuni ricercatori hanno fatto luce su una serie di aspetti molto interessanti inerenti al virus che ha messo in ginocchio il mondo intero.

Partiamo dal team ungherese. Un gruppo di ricerca dell’Università Semmelweis di Budapest ha letteralmente “bucato” il coronavirus con un sottilissimo ago per misurare l’intensità di forza necessaria tale per far esplodere il virone (la particella virale) come un palloncino. Ebbene, come si legge nel documento non sottoposto a revisione tra pari pubblicato su biorxiv.org, la perforazione è stata ripetuta per 100 volte e la stessa particella è rimasta pressoché intatta. Il dottor Miklos Kellermayer, alla guida dell’équipe, è stato chiaro: “La particella è sorprendentemente resistente“.

Una struttura unica

Le novità non finiscono qui. Oltre a essere resistente, il coronavirus ha sorpreso gli scienziati per via di una struttura unica. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, un team dell’università Tsinghua di Pechino ha pubblicato sulla rivista Cell la ricostruzione strutturale più dettagliata del virus, scoprendo che l’agente patogeno potrebbe essere in grado di accumulare un’ingente quantità di acido nucleico, ovvero macromolecole capaci di trasportare i dati genetici in un involucro molto stretto.

Non solo: solitamente un virus è vulnerabile dopo aver lasciato l’host (ospite). Eppure, stando ad alcuni studi, Sars-CoV-2 potrebbe rimanere su varie superfici, come ad esempio maniglie e armadi, per diversi giorni. Non è chiaro il modo in cui il virus riesca a sopravvivere. Qui può essere d’aiuto il lavoro svolto dal team di Budapest, secondo il quale il nuovo coronavirus potrebbe essere il più elastico mai conosciuto dagli esseri umani fino a ora.

Le perforazioni con l’ago hanno dimostrato che neppure una ripetuta deformazione sembrava essere in grado di influenzare la struttura generale del virus e il suo contenuto. “Le sue proprietà meccaniche e autorigeneranti possono garantire l’adattamento a un’ampia gamma di circostanze ambientali”, hanno spiegato i ricercatori ungheresi.

Resistenza al calore

Un altro studio, questa volta effettuato da scienziati francesi, ha scoperto come il virus sarebbe in grado di replicarsi nelle cellule animali con una certa consistenza dopo essere stato esposto a temperature di 60 gradi Celsius per un’ora. Come se non bastasse, i focolaio registrati nell’emisfero settentrionale durante l’estate hanno suggerito che le alte temperature non hanno affatto rallentato la diffusione della pandemia come precedentemente sperato.

Nell’esperimento citato, la particella virale è stata riscaldata per 10 minuti fino a raggiungere i 90 gradi. La reazione dell’agente patogeno è stata sorprendente: l’aspetto del virus era soltanto alterato, e per giunta in modo leggero. Alcune “punte” presenti sulla superficie del virus si erano staccate a causa del caldo torrido, ma il resto della struttura era rimasta incredibilmente intatta.

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