Nella lunga ed estenuante battaglia contro il nuovo coronavirus, una delle speranze della comunità scientifica è riposta nell’arrivo della bella stagione. Il caldo può davvero bloccare la diffusione del Covid-19, come già accaduto per la Sars a cavallo tra il 2002 e il 2003. Al momento non ci sono certezze ma soltanto supposizioni, dunque è doveroso utilizzare il condizionale?

Gli esperti sono spaccati a metà: da una parte troviamo chi ritiene che le alte temperature saranno preziose alleate; dall’altra ci sono quelli che sostengono che in estate possa cambiare davvero poco. La verità potrebbe essere nel mezzo. Vero: magari il caldo non eliminerà del tutto Covid-19, ma almeno potrebbe rallentarne la diffusione. A questo proposito è interessante leggere quanto scritto dal Wall Street Journal, secondo il quale le alte temperature potrebbero davvero frenare la corsa del virus, anche se non è chiaro quanto possa incidere questa variabile.

In ogni caso, se l’ipotesi dovesse rivelarsi corretta, è lecito attendersi un miglioramento in Paesi come Italia, Germania e Spagna mentre altri Stati generalmente caldi, come India e Indonesia, potrebbero evitare di ritrovarsi in situazioni simili a quelle verificatesi in Lombardia e a New York. Anche se i punti interrogativi sono numerosi, la buona notizia è che il Covid-19 fa parte della famiglia dei coronavirus, la quale fatica a sopportare le calde temperature.

Il virus e il caldo

I test di laboratorio offrono conferme più o meno confortanti. Alcuni ricercatori dell’Università di Hong Kong hanno scoperto che il Covid-19 è stabile se sottoposto a temperature che oscillano attorno ai 4-5 gradi centigradi ma si deteriora a 22 gradi. Dunque, con l’avvicinarsi dell’estate, il virus potrebbe morire più velocemente sulle superfici.

Attenzione: come sappiamo, il nuovo coronavirus si trasmette non solo mediante il contatto con le superfici, ma anche attraverso starnuti e colpi di tosse. Non conosciamo le percentuali di quanti sono i pazienti contagiati per aver toccato superfici infette, né siamo a conoscenza del numero di quanti si sono ammalati a causa di starnuti e colpi di tosse di altre persone. Molti scienziati ritengono che da giugno in poi il virus possa frenare la sua corsa, grazie all’effetto calore sulle superfici, ma non scomparire del tutto.

In effetti, al netto della differenza del numero di test effettuati, in Paesi come Singapore, Australia, Malesia, Messico e Indonesia, dove il clima è più caldo, si sono registrati meno casi rispetto a Corea del Sud, Stati Uniti, Germania e Norvegia. La comunità scientifica brancola tuttavia ancora nel buio.

L’esperimento francese

Dalla Francia, intanto, il professor Remi Charrel e alcuni suoi colleghi dell’Università Aix-Marsiglia hanno scoperto che il nuovo coronavirus sarebbe in grado di sopravvivere a una lunga esposizione alle alte temperature. Secondo quanto riferito dal South China Morning Post, gli scienziati hanno dovuto portare la temperatura quasi al punto di ebollizione per uccidere il virus.

La scoperta è stata per certi versi sorprendente. Dopo aver riscaldato per un’ora il virus a 60 gradi, alcuni ceppi erano ancora in grado di replicarsi. Per uccidere completamente gli agenti patogeni è stato necessario alzare la temperatura fino quasi al punto di ebollizione.

Al termine dell’esperimento, il processo di riscaldamento pare abbia provocato un netto calo dell’infettività, anche se sono rimasti in vita ceppi sufficienti a iniziare un altro ciclo di infezione. “Il virus si comporta in modo abbastanza diverso con un cambiamento nell’ambiente – hanno spiegato i ricercatori – Molti progetti di ricerca sono ancora in corso per risolvere questi enigmi”.

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