C’è chi parla di inverno difficile e chi è stato stupito dalla recrudescenza anticipata del coronavirus, tornato a correre forte già in autunno. Alcuni esperti hanno addirittura ipotizzato un nesso tra l’abbassamento della temperatura atmosferica e la diffusione del Sars-CoV-2; un’ipotesi interessante, anche convincente, che tuttavia non ha ancora trovato solide conferme scientifiche.

Di una possibile relazione tra il cambio della temperatura e l’aumento dell’aggressività del virus aveva parlato Martin Blachier, epidemiologo fondatore di Public Health Expertise. Blachier ha notato come la curva epidemiologica sia salita in modo contrario e simmetrico rispetto a quella relativa all’abbassamento delle temperature. Come se non bastassero le perturbazioni autunnali ad alimentare supposizioni e sospetti, sul tavolo degli scienziati ci sono altre prove.

Una riguarda l’esplosione dei contagi avvenuta all’interno dei mattatoi, luoghi freddi in cui molto spesso i lavoratori macellano la carne a stretto contatto tra loro. L’altra si ricollega alle tracce di virus riscontrate dalle autorità sanitarie cinesi su alcuni alimenti congelati importati dall’estero. Che il Sars-CoV-2 si trovasse piuttosto a suo agio negli ambienti freddi era insomma apparso alquanto evidente.

L’arrivo dell’inverno

Il punto è che la seconda ondata del virus non si è concretizzata in pieno inverno, quando le temperature subiscono un netto calo e il termometro segna valori bassissimi. La diffusione del Covid-19 ha ripreso vigore al termine dell’estate, con i primi giorni autunnali. Il timore degli esperti è che da qui alle prossime settimane, con l’ulteriore calo delle temperature, la situazione possa aggravarsi ulteriormente.

Il primo campanello d’allarme è stato suonato da uno studio, in attesa di revisione, pubblicato su bioRxiv. Il titolo è emblematico: “L’effetto della temperatura e dell’umidità sulla stabilità di Sars-CoV-2 e altri virus”. L’assioma base è che temperatura e umidità possano essere due fattori chiave nell’accelerare l’infezione di numerosi virus, compreso il nuovo coronavirus. In caso di umidità elevata e basse temperature, l’agente patogeno misterioso potrebbe rimanere infettivo più a lungo. E quindi contagiare più persone, creando non pochi problemi alle strutture ospedaliere, gravati anche dalla tradizionale stagione influenzale.

Prepararsi al peggio

La speranza è che il vaccino possa essere pronto entro la fine del 2020. Ma prima di arrivare al traguardo ci sono ancora molte curve da affrontare. Quali saranno le mosse dell’Italia per evitare di naufragare con l’inasprirsi del termometro? Per rispondere alla domanda è utile leggere un documento redatto dal Comitato tecnico scientifico. In “Prevenzione e risposta a Covid-19: evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunno-invernale” erano stati delineati quattro scenari che avrebbero verificarsi nel periodo compreso tra novembre e marzo.

Il primo, ampiamente superato dall’andamento della pandemia, prevedeva una trasmissione del Sars-CoV-2 localizzata in focolai e sistemi sanitari capaci di tenerli a bada. Un rischio basso, insomma, che sarebbe diventato moderato tra novembre e dicembre e alto tra gennaio e marzo. Il secondo scenario coincideva con un possibili lockdown e misure di contenimento per contenere un non trascurabile aumento dei casi.

Nel terzo scenario la tenuta del sistema sanitario iniziava a scricchiolare pericolosamente mentre nel quarto ci si inchinava alla diffusione incontrollata del virus. Sostanzialmente ci troviamo nel quarto scenario e siamo ancora in pieno autunno, con un’organizzazione poco brillante alle spalle e zero contromisure a cui appigliarsi (se non al pericoloso lockdown). Da questo punto di vista l’inverno sarà una vera e propria incognita.

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