Il Cile è alle prese con un’impennata dei contagi provocati dal virus SARS-CoV-2. Le nuove infezioni, come riferito dal ministero della Salute, erano aumentate del 36 per cento nelle due settimane precedenti al 16 marzo e negli ultimi giorni il quadro è ulteriormente peggiorato. Il 20 marzo sono stati registrati più di 7mila casi nell’arco di ventiquattro ore, il livello più alto dall’inizio della pandemia e la media mobile delle infezioni settimanali è passata dalle 3405 del 18 febbraio alle 5673 del 20 marzo. La crescita dei ricoveri ospedalieri ha costretto gli ospedali di 11 regioni a sospendere le operazioni non necessarie mentre 28 città sono state sottoposte ad un regime di quarantena. Nel paese è in vigore il coprifuoco dalle 22 alle 5, gli spostamenti tra regioni sono limitati e chi arriva dall’estero deve sottoporsi ad un periodo di isolamento di dieci giorni. Il tasso di occupazione delle terapie intensive ha però raggiunto un pericoloso 95 per cento ed il sistema sanitario locale è sull’orlo del collasso.

Il mistero cileno

L’evoluzione del quadro epidemiologico del Cile potrebbe avere diverse spiegazioni. La prima (e più ovvia) è relativa alle condizioni climatiche. L’estate dell’emisfero australe è agli sgoccioli ed il clima caldo che contribuisce al netto decremento di casi di Covid-19 non può più fare da scudo contro la malattia. C’è poi la ripresa delle attività legate al mondo della scuola e del lavoro che, come dopo ogni estate, riprendono vigore. C’è anche il fattore varianti, più contagiose, in arrivo dall’estero e probabilmente anche dal vicino Brasile, a scombinare il quadro. Qualcosa, però, non torna. Il Cile è la quarta nazione al mondo, dopo Israele, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito, per velocità di immunizzazione della propria popolazione ed il 22 per cento degli abitanti ha ricevuto almeno una dose dei vaccini Pfizer, Sinovac ed AstraZeneca. Nel corso del mese di febbraio circa l’1.1 per cento della popolazione (200mila persone) è stato vaccinato ogni giorno ed il governo si aspetta di raggiungere l’obiettivo di immunizzare l’80 per cento degli abitanti entro giugno. La stragrande maggioranza dei cileni, a differenza di quanto accaduto in altre nazioni dell’America Latina, vuole farsi vaccinare ed è poco ostile nei confronti delle misure restrittive (il 62 per cento dei partecipanti ad un sondaggio si espresso in favore del mantenimento del coprifuoco notturno. Il quadro politico, infine, è piuttosto stabile e ci sono stati pochi contrasti in merito alla gestione della pandemia.

Le possibili spiegazioni

Il successo della campagna cilena è legata all’abilità del governo di procurarsi le dosi di vaccino necessarie. Sono stati acquistati 24 milioni di dosi del vaccino Sinovac, 10milioni e 700 mila da Pfizer/Biontech, 4 milioni da AstraZeneca e Johnson & Johnson ed il totale complessivo dovrebbe crescere fino a raggiungere le 88 milioni di dosi. Si potrebbe pensare che non conta l’abilità nella vaccinazione di massa se ciò non comporta un’immediata riduzione del numero di contagi. Le cose, però, non stanno così. Il vaccino non è una bacchetta magica in grado di far scomparire il Covid-19 nel giro di poco tempo anche perché, in presenza di una circolazione virale sostenuta, le catene dei contagi continuano ad essere attive. I preparati necessitano inoltre di settimane per offrire la protezione necessaria a chi li ha ricevuti e di mesi per essere somministrati ad un numero di persone tale da produrre risultati significativi. Il caso di Israele costituisce un valido esempio di quanto affermato. Il numero di casi giornalieri di Tel Aviv è iniziato a decrescere, in maniera consistente, a partire dall’8 marzo mentre in precedenza la situazione era meno incoraggiante. All’inizio di marzo si era addirittura parlato di un possibile quarto lockdown malgrado i vaccinati fossero la metà della popolazione. Negli Emirati Arabi Uniti, dove all’inizio di marzo erano state somministrate 6 milioni di dosi ad un popolazione che sfiora i 10 milioni, sono entrate in vigore, all’inizio di febbraio, una serie di restrizioni che includono la chiusura di bar e pub ed un limite alle presenze nei centri commerciali e negli alberghi. Nel Regno Unito, infine, è ancora sottoposto ad un rigido lockdown malgrado metà della popolazione adulta abbia ricevuto la prima dose del vaccino contro il Covid-19. La lunga strada verso l’immunità di gregge assomiglia ad un piano inclinato che può sbilanciarsi grazie ad un’ottima copertura vaccinale. Non ci sono scorciatoie o semplici vie d’uscita ma a contare è la perseveranza delle istituzioni (e la loro organizzazione) e l’atteggiamento dei cittadini.

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