L’agenzia ufficiale di statistica della Federazione russa (Rosstat) ha segnalato che dall’inizio della pandemia alla fine di gennaio del 2021 sono state registrate 394mila morti in eccesso rispetto agli anni precedenti.  Questo dato viene calcolato mettendo a confronto i decessi avvenuti durante la pandemia con i tassi mortalità degli stessi mesi degli anni passati ed è considerato uno dei migliori indicatori dei costi umani provocati dal Covid-19.

Le morti in eccesso registrate in Russia sono tra le più alte al mondo ed i ricercatori, come ricordato dal Moscow Times, sostengono che il reale bilancio delle vittime potrebbe essere anche maggiore di quanto mostrato dai dati. Rosstat ha evidenziato come oltre 200mila russi avrebbero perso la vita a causa del Covid-19 ma questo dato è in contraddizione con il bilancio delle vittime ufficiale, fermo a 86.821 decessi.

Problemi e sospetti

Il vice primo ministro Tatiana Golikova era stata costretta ad ammettere alla fine del 2020, come ricordato dal British Medical Journal, che il numero di decessi provocato dalla pandemia fosse superiore ai 180mila e non corrispondesse ai 57mila dichiarati dalle statistiche. Diversi elementi aneddotici, dagli ospedali sovraffollati ai decessi registrati tra gli operatori sanitari, sembrano indicare che il paese sia stato colpito duramente dalla pandemia e le stesse evidenze emergono dai racconti degli osservatori stranieri e di alcuni medici russi. Alcune voci critiche avevano affermato, nel maggio del 2020, che il numero di casi dichiarati fosse molto inferiore a quello delle infezioni reali e come esempio avevano citato la regione del Daghestan, dove molte persone con sintomi da Covid-19 avevano ricevuto una diagnosi di polmonite. Un medico del posto aveva detto che la situazione era legata all’assenza di test diagnostici per il Covid-19 ed il governatore Vladimir Vasiliyev aveva negato che le autorità stessero nascondendo i casi di Covid-19. Secondo altri critici la classificazione metodologica avrebbe dato modo ai funzionari di fare pressione sui patologi per sottostimare il numero di morti o per manipolare le cifre. Queste accuse non hanno però trovato riscontri o conferme ufficiali.

La necessità di tenere sotto controllo il nuovo coronavirus è stata uno degli obiettivi primari del presidente Vladimir Putin. Il Capo di Stato ha voluto trasmettere l’immagine di un paese tutto sommato funzionante ed in grado di far fronte alle avversità, anche per evitare che le opposizioni potessero approfittare della situazione e metterlo in cattiva luce. Il voto favorevole ad una serie di emendamenti costituzionali da parte della popolazione, nel luglio del 2020, gli ha garantito la possibilità di ripresentarsi alle elezioni presidenziali che avranno luogo nel 2024.

Il punto della situazione

La pandemia sta attraversando una fase di remissione nella Federazione russa. La curva dei contagi ha toccato il picco alla fine di dicembre, quando sono stati registrati fino a 29.499 nuovi casi nell’arco di ventiquattro ore, per poi iniziare a declinare in maniera sostenuta. La media mobile a sette giorni dei contagi, che nei primi giorni di gennaio sfiorava quota 26mila, è ora attestata intorno agli 11mila e sembra aver raggiunto una sorta di plateau. Il miglioramento della situazione sembra più legato all’immunità naturale sviluppata da una parte consistente della popolazione dopo l’infezione che ai successi della campagna vaccinale, che invece stenta. Il 62 per cento dei russi, secondo quanto emerso da un sondaggio indipendente realizzato nel paese, rifiuta il vaccino Sputnik V e ne teme gli effetti collaterali. La percentuale degli scettici è significativamente più alta tra i giovanissimi e nella fascia di età compresa tra i 18 ed i 24 anni. Il 10 febbraio il ministro della Salute Mikhail Murashko aveva dichiarato che due milioni di russi, su una popolazione di 145 milioni di persone, avevano ricevuto almeno la prima dose dello Sputnik V.  Un numero insufficiente anche tenendo conto del fatto che la campagna di vaccinazione di massa è iniziata a dicembre. Il paradosso è che lo Sputnik V sembra più popolare all’estero che in patria. Il Cremlino lo sta utilizzando come parte della cosiddetta diplomazia dei vaccini e sta inviando un certo quantitativo di dosi alle nazioni amiche o politicamente vicine.

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