Altro che poco più di 105 mila infetti. In Italia il nuovo coronavirus avrebbe fin qui contagiato la bellezza di 5,9 milioni di persone, cioè, calcolatrice alla mano, il 9,8 per cento della popolazione totale. Non solo: le misure di contenimento attuate dal governo avrebbero permesso di salvare circa 38mila vite. È questa la stima dei ricercatori dell’Imperial College di Londra, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet.

Allargando lo sguardo all’intero continente, la strategia del distanziamento sociale avrebbe evitato la morte di almeno 59mila persone negli 11 Paesi europei considerati nello studio (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito). Se l’Italia avrebbe scongiurato quasi 40mila decessi, Spagna e Francia ne avrebbero ad esempio evitati rispettivamente 16mila e 2500.

I contagi reali e le misure di distanziamento

Lo studio si basa su un modello matematico che ha calcolato il numero dei contagiati reali considerando vari parametri, tra cui il numero di decessi, il tempo di incubazione del virus e le misure prese dai Paesi per limitare la diffusione del Covid-19. Tornando al caso italiano, il coefficiente di riproduzione dell’agente patogeno, ossia la rapidità con cui il virus si trasmette da persona a persona, si sarebbe ridotto notevolmente dopo le misure di contenimento introdotte dall’esecutivo.

I ricercatori dell’Imperial College ci offrono però anche altre informazioni. Innanzitutto, con buona pace di Boris Johnson, l’Europa (ad eccezione, come vedremo, dell’Italia) rimane molto lontana dallo sviluppo della cosiddetta immunità di gregge, ossia la teoria secondo cui la popolazione diventerebbe immune al virus in caso di contagio di gran parte di essa.

Inoltre, in assenza di vaccini o farmaci, risulta che le misure di contenimento adottate dai Paesi europei analizzati siano le migliori risposte all’avanzata del Covid-19. In media, considerando sempre il campione delle 11 nazioni citate, queste disposizioni hanno ridotto del 64 per cento il tasso riproduttivo del nuovo coronavirus.

Si abbassa il tasso di letalità?

C’è, infine, un dato che vale la pena prendere in considerazione: il numero reale dei contagiati. Per quanto riguarda l’Italia, da giorni gli esperti sostengono che questo numero sia ampiamente più alto rispetto a quello fornito quotidianamente dai bollettini della Protezione civile. Oltre ai malati rimasti ancora fuori da radar, sotto la punta dell’iceberg pesano infatti gli asintomatici (che pur non sapendo di essere contagiati possono contagiare) e i pazienti con sintomi lievi.

A detta dell’Imperial College, gli italiani infettati sarebbero circa 6 milioni. Un valore altissimo ma che in realtà potrebbe farci tirare un enorme sospiro di sollievo. Il motivo è semplice: se i contagiati fossero così tanti, allora il tasso di letalità del Covid-19 si abbasserebbe a dismisura, tanto da rendere più vicina l’immunità di gregge con lo sviluppo di anticorpi diffusi.

I dubbi degli esperti

Certo, non manca chi solleva perplessità sullo studio degli inglesi. Giovanni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, è dubbioso: “Ritengo davvero improbabile che in Italia sia stato infettato quasi il 10% della popolazione”. Piccola parentesi. Lo scorso febbraio l’epidemiologo Marc Lipsitch, da Harvard, aveva predetto che, entro un anno, tra il 40 e il 70% della popolazione mondiale sarebbe stata contagiata. Attenzione però, perché – avvisava l’esperto – questa non sarebbe stata affatto una catastrofe, proprio per via dell’elevato numero di asintomatici.

I numeri dell’Imperial College di Londra non convincono neppure Roberto Bernabei, componente del comitato tecnico scientifico della protezione civile: “Fin quando non c’è un’indagine epidemiologica seria, questi sono non dico numeri al lotto, ma dei tentativi (‘guess’): così, nessuno può sbilanciarsi“.

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