“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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A rileggerlo oggi, il 1977, è un anno che sembra appartenere a un altro mondo. Un anno travolto dalla Storia, esse maiuscola, che oggi non esiste più. Immergersi in quei giorni significa fare un viaggio in un tempo che, anche se cronologicamente è distante da noi soltanto 44 anni, nei fatti invece è un universo altro, lontano e ormai quasi privo di punti di contatto con il nostro presente. Il ’77 è infatti un capitolo della nostra contemporaneità consegnato ai manuali e in cui possiamo immergerci come in un album di vecchie fotografie che, proprio come il ricordo dei giorni passati, non invecchiano ma sbiadiscono poco a poco.

L’Italia, sedicimila giorni fa, è un Paese di contraddizioni ontologiche e sociali. Al Quirinale il Presidente Giovanni Leone si avvia verso la fine del suo mandato, a Palazzo Chigi, il terzo governo Andreotti, ”Il Governo di solidarietà nazionale”, vanta tra i suoi membri, per la prima volta nella storia della Repubblica, una donna, Tina Anselmi e, nelle strade, parallelamente, aumenta e si fa sempre più cruenta la violenza dei gruppi politici extraparlamentari.
L’inflazione galoppa, lo stipendio medio si aggira intorno alle 150’000 lire al mese, un caffè costa 120 lire, e nei bar, affollati da giovani con pantaloni a zampa e stivaletti, le radio trasmettono Lucio Dalla e la Rettore, Battisti e Le Orme, intervallati dalle prime sonorità del punk londinese e della disco music sdoganata dal colossal ”La febbre del sabato sera”. Paolo Valenti conduce 90°minuto, per la prima volta a colori, e racconta i duelli tra il Torino di Radice, Pulici e Graziani e la Juventus di Zoff, Bettega e Scirea. L’Italia continua a essere permeata da un flusso migratorio interno con giovani, e non solo, che lasciano le province del meridione per cercare lavoro o trasferirsi a studiare nelle città del nord. Ed è proprio dall’incontro tra la Puglia e la Lombardia che, in quel travolgente 1977, nasce a Saronno Luca Attanasio.

Le radici paterne di colui che diverrà uno dei più giovani ambasciatori italiani all’estero, sono tarantine e affondano tra gli scogli bagnati dal Mar Ionio, Attanasio però cresce e studia a Limbiate, paese dell’operosa e nebbiosa provincia brianzola e a rileggere oggi queste piccole note biografiche viene da pensare che il suo compito di ricucire mondi e vivere a cavallo tra culture e Paesi fosse prescritto nel suo DNA e che la sua missione diplomatica fosse in qualche modo già stata predetta dalla pluralità di lingue, storie e terre che costituivano quella sua identità molteplice, eterogenea e, per questo, inevitabilmente refrattaria agli antemurali del noi e loro, gli uni e gli altri.

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CAUSALE: Reportage Congo
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“Era un ragazzo ricco di umanità, aveva una grande capacità di ascoltare, voleva capire, voleva conoscere e non esitava mettersi in prima persona per aiutare gli altri”. A ricordare così Luca Attanasio oggi sulle colonne del Giorno è Don Angelo Gornati, allora parroco di Limbiate. Luca infatti, mentre frequenta le scuole dell’obbligo a Limbiate e il liceo Ettore Majorana a Desio, si impegna nella parrocchia del suo paese e, secondo il parroco, è proprio in questo momento che, nel futuro ambasciatore, scatta la scintilla che l’avrebbe portato anni dopo a dedicarsi alla diplomazia. ”Credo che abbia maturato la sua scelta di lavorare per gli altri a livello internazionale dopo le esperienze a Taizè, nella comunità d’incontro di giovani cristiani da tutto il mondo.- racconta Don Angelo Gornati- Ne era stato il responsabile organizzatore per il decanato qui a Limbiate”.

Dopo il liceo Attanasio si iscrive all’Università Bocconi di Milano e qui, nel 2001, si laurea con 110 e lode discutendo una tesi in Economia Aziendale dal titolo “I sistemi di creazione del valore nella New Economy: da rete di attività a rete di flussi”. Di quel periodo permangono vividi i ricordi dei compagni, i racconti delle risate e delle battute, degli appunti passati e ricompensati con grazie e sorrisi, le testimonianze della sua preparazione coniugata con il suo umorismo e c’è un ritratto di Luca Attanasio studente, fatto dal Rettore della Bocconi Gianmario Verona, che permette di capire il diplomatico, l’ambasciatore, l’uomo che Luca Attanasio diverrà una volta terminato il suo percorso accademico: “un civil servant che ha reinterpretato il suo ruolo come una vera missione riempiendola di valori e di capacità di inclusione”.

La carriera lavorativa di Luca Attanasio incomincia subito dopo l’università, in un mondo, quello che si appresta ad affrontare lo studente bocconiano che, con prepotenza e senza preavviso, è precipitato in una fase di sconvolgimenti politici e silenti rivoluzioni sociali. L’avanzata della tecnologia e della globalizzazione da un lato, l’attacco alle Torri Gemelli e la contrapposizione tra Occidente e Islam dall’altro. Un mondo apolide, nato dalle ceneri della Guerra Fredda, che presenta però, per certi aspetti, distanze e crepacci ancor più invalicabili dei muri che, decenni prima, lo frantumavano e dividevano in blocchi monolitici. Ma è proprio sulle fosse tettoniche della contemporaneità che si concentrano la passione e gli interessi di Attanasio.

Luca infatti, appena dopo la laurea, frequenta un corso all’ISPI, poi entra nel ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, viene assegnato alla direzione per gli affari economici e si occupa di consulenza aziendale e sostegno alle imprese. Nel 2004 diviene vice capo della segreteria del sottosegretario di Stato con delega per l’Africa e la cooperazione internazionale. E per comprendere quel periodo della sua vita non possiamo far altro che rileggere le parole scritte sulla Stampa dal suo fraterno amico e collega Mauro Battocchi: ”Di dieci anni piú giovane e con una storia molto diversa dalla mia, Attanasio era il pensatore fuori dagli schemi, l’entusiasta contagioso, l’ottimista trascinatore con cui confrontarmi, si trattasse di vita personale, sfide professionali, riflessioni sul mondo o semplicemente per una grassa risata, quando ce n’era più bisogno… Luca era atterrato come un oggetto volante non identificato nell’ufficio della Farnesina di cui ero reggente, in un giorno d’inverno del 2004… Luca arrivó alla mia scrivania sorridente, gentile ed impacciato. Mi raccontò del percorso che lo aveva portato dalla provincia brianzola alla Bocconi e poi alla consulenza aziendale. Aveva potuto assistere varie aziende, ma si era incuriosito all’idea di mettersi alla prova al servizio non di questa o di quell’impresa, ma del Paese nel suo insieme. Gli brillavano gli occhi all’idea di poter fare una differenza per gli altri col proprio impegno. La famiglia, la parrocchia, l’ambiente limbiatese lo avevano formato nella cultura del fare e del servire la comunità. Passati i mesi Luca lasciava trasparire però qualche segno di insofferenza. Soffriva quel processo di omologazione che ogni grande organizzazione mette in atto sui nuovi entranti. Attanasio aveva il dubbio, in quella fase, se questo nostro mondo sarebbe stato il suo e se avrebbe risposto al suo desiderio di costruire, di fare cose grandi…Alla fine Luca rimase nei binari. E fece la cosa giusta. Si rese presto conto che la vita diplomatica gli permetteva di reinventarsi daccapo ogni tre o quattro anni, affrontando nuovi Paesi, nuovi incarichi, nuove sfide”.

Dal 2006 Attanasio inizia infatti la sua vita in giro per il mondo. Prima, per quattro anni, il lavoro all’ambasciata italiana di Berna come capo dell’ufficio economico e commerciale. Poi dal 2010 al 2013 console generale reggente a Casablanca, ed è nella capitale del Marocco che conosce Zakia Seddiki, fidanzata, sua futura moglie e poi madre delle sue tre bambine. Lei islamica, lui cattolico praticante e ancora una volta Attanasio, anche nella sua vita personale, scavalca distanze precostituite e unisce mondi, fedi e culture. E a raccontarlo è la stessa moglie del giovane ambasciatore che in un video realizzato da Luci nel mondo per Missio, organismo pastorale della Cei, ha così ricordato un amore ordinario nelle sue pluralità e, proprio per questo, straordinario nella sua essenza: ‘”La nostra storia d’amore è iniziata l’11 febbraio 2011 in Marocco. Era appena arrivato per fare il console generale. Ci siamo conosciuti tramite un amico comune. Eravamo due giovani, ci siamo incontrati, abbiamo avuto alti e bassi, come tutti, ci siamo messi d’accordo su molte cose, su altre no. Ma tra noi c’è stato sempre un grande rispetto e la decisione di continuare la vita insieme. L’ho seguito a Roma, poi in Nigeria e poi in Congo. Oggi abbiamo 3 bimbe nate da una storia d’amore”.

Nel 2013, la carriera di Attanasio, che ha soli 36 anni, decolla: prima l’incarico di capo segreteria della Direzione generale per la mondializzazione e le questioni globali presso il Ministero degli esteri, due anni dopo, nel 2015, la nomina a primo consigliere dell’ambasciata d’Italia ad Abuja in Nigeria, nel 2017 è consigliere di legazione e capo missione a Kinshasa e nell’ottobre 2019 diviene, a tutti gli effetti, ambasciatore straordinario e plenipotenziario nella Repubblica Democratica del Congo.

Il suo lavoro in Congo viene ricordato oggi, da chi l’ha conosciuto e visto al lavoro, come quello di un ambasciatore atipico più propenso alle t-shirt e agli scarponi che ai completi e alle scarpe lucidate. Lavoratore instancabile, fondatore dell’Ong Mama Sofia, attento alle campagne di contrasto all’AIDS e ai profughi interni
”Tutto ciò che noi in Italia diamo per scontato non lo è in Congo dove, purtroppo, ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Il ruolo dell’ambasciata è innanzitutto quello di stare vicino agli italiani ma anche contribuire per il raggiungimento della pace”. E’ con queste parole che l’ambasciatore Luca Attanasio si è espresso quando nel 2020 ha ricevuto il Premio Internazionale Nassirya per la Pace con la motivazione: ”per il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli”.

Una carriera brillante, promettente, pragmatica ma anche visionaria e permeata di sogni. I sogni però si sono interrotti nel febbraio di quest’anno sulla direttrice Goma-Rutshuru dove l’ambasciatore italiano ha perso la vita insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo in seguito a un drammatico, noto ma ancora poco chiarito, attacco condotto da un gruppo di uomini armati.

Potrebbe essere questo l’epilogo della vita di Luca Attanasio ma c’è un qualcosa che impedisce che la vita professionale e personale di quest’uomo possa terminare con una pagina ultima di un finale triste e solitario. E’ un dettaglio, connaturato nel suo nome, a rivelarci che forse, per la storia di Attanasio, un punto e a capo non potrà mai esserci: Luca, il suo nome, Luca, colui che è nato nella luce, secondo i greci. E Attanasio, il suo cognome, che nasconde però un’assonanza con il nome Αθανάσιος , Atanasio, colui che non muore mai.
Luca Attanasio, colui che nasce nella luce e che non muore mai, proprio come una stella che, anche se spenta, non smette di brillare.

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