“Diffidate dei bianchi, abitanti della riva!” (in francese, Méfiez-vous des blancs, habitants du rivage!), è il titolo dell’ultimo saggio del filosofo Alain Badiou, già presidente dell’École normale supérieure (Ens) di Parigi e fondatore della facoltà di Filosofia dell’Université de Paris VIII con Gilles Deleuze, Michel Foucault e Jean-François Lyotard. Insomma, non propriamente uno sconosciuto.

L’82enne nato a Rabat, in Marocco, autore di L’Être et l’événément (1988) (L’Essere e l’evento, trad. it. 1995) e di numerosi saggi politici, è un volto noto della sinistra radicale francese e nel 1968 fece parte di gruppi comunisti e maoisti come l’Ucfml e la Sinistra Proletaria. L’ultimo saggio di Badiou è un tripudio di cosmopolitismo e terzomondismo politicamente corretto – “la nostra patria è il mondo” – e di razzismo anti-bianco, come il titolo dell’opera suggerisce.

L’intellettuale francese Alain Badiou: “Non fidatevi dei bianchi”

Al centro dell’opera ci sono loro, gli immancabili “migranti”, visti come i nuovi proletari, elemento rivoluzionario imprescindibile.”Non importa quanta attenzione sia prestata alla giustapposizione strettamente nazionale del movimento dei gilet gialli – spiega l’autore – così come alla sprezzante testardaggine del potere dominante, dobbiamo rimanere fermi sulla convinzione che oggi, tutto ciò conta davvero, è che la nostra patria è il mondo”.

“Il che ci riporta ai cosiddetti migranti” afferma. “Dobbiamo agire per non tollerare più annegamenti e arresti e per motivi di origine o status. Ma oltre a questo, è necessario sapere che non esiste una politica contemporanea se non con coloro che, da noi, rappresentano il proletariato nomade universale”. Un “proletariato nomade universale” che l’autore definisce “il nuovo comunismo”.

“Società razzista, colpa del colonialismo”

In una recente intervista pubblicata su VersoBooks, Alain Badiou afferma che viviamo in una società dove la segregazione razziale è ancora realtà: “Le statistiche ufficiali lo confermano. Se sei nero o arabo, hai venti volte più probabilità di essere arrestato per strada che se sei bianco. Vi è una segregazione di fatto nella nostra società tra “cittadini rispettabili” e coloro che si ritiene che non lo siano. Questo pervade la nostra intera società in modo intollerabile” sottolinea.

C’è un pensiero coloniale, osserva, “che risale a molto tempo fa ed è ancora molto forte. Resta nell’inconscio collettivo. Prende la forma di una certezza, incredibile per me, che il nostro mondo sia superiore a qualsiasi altro”. Insomma, tutta colpa dell’uomo bianco, del colonialismo, e di quel senso di colpa che affligge gli intellettuali della sinistra chic e terzomondista, sempre impegnati a dare ascolto ai bisogni degli “ultimi”, purché siano “migranti” e meglio se di colore. Di tutti gli altri lavoratori, che con il colonialismo non hanno nulla a che fare e magari devono subire ogni giorno gli effetti nefasti dell’immigrazione di massa, questi “intellettuali” post-marxisti se ne infischiano altamente.

La deriva culturale della sinistra-chic

Nel suo ultimo libro Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (Utet, 2019), Francis Fukuyama descrive perfettamente questa “deriva” culturale e ideologica della sinistra occidentale: ” Ora, in molte democrazie, la sinistra si concentra meno sulla creazione di un’ampia uguaglianza economica e più sulla promozione degli interessi di un’ampia varietà di gruppi emarginati, come le minoranze etniche, gli immigrati e i rifugiati, le donne e le persone Lgbt” osserva l’autore di The End of History? .

Durante l’era della globalizzazione, afferma Fukuyama, “la maggior parte dei partiti di sinistra ha cambiato la propria strategia. Piuttosto che costruire solidarietà attorno a grandi collettività come la classe lavoratrice o gli sfruttati, ha iniziato a concentrarsi su gruppi sempre più piccoli […] Le diminuite ambizioni della sinistra per una riforma socioeconomica su vasta scala convergono con il suo spostamento verso una politica dell’identità multiculturale negli ultimi decenni del XX secolo. La sinistra continua a essere definita dalla sua passione per l’uguaglianza, ma il suo programma si è spostato dalla precedente enfasi per la classe lavoratrice alle richieste di un circolo sempre più ampio di minoranze emarginate”.

Non c’è da stupirsi, dunque, se i lavoratori preferiscano i movimenti sovranisti agli intellettuali alla Badiou, sconnessi dalla realtà e interessati solamente ai diritti dei migranti e delle altre minoranze.

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